Altro che autonomia, si tratta solo di un centralismo “regionalista”

Il 23 gennaio 2024 è stato approvato dal Senato il Disegno di Legge n. 615 sulla cosiddetta autonomia differenziata. Com’è evidente sin dal titolo del DDL si parla sì di autonomia ma la si declina esclusivamente a vantaggio delle Regioni, trascurando invece gli enti locali. Più che di autonomia differenziata si dovrebbe parlare di regionalismo differenziato, creando regioni di serie A e di serie B e relegando le Autonomie locali, quelle vere, quelle garantite dalla Costituzione, a mere comparse del quadro istituzionale.
Chiarito l’equivoco lessicale si rende sempre più palese che con questa idea di “differenziazione” le Regioni più ricche potranno decidere di fare in proprio su larga parte delle funzioni, separandosi di fatto da una logica nazionale. Un’autonomia così concepita, non risponde ai bisogni reali dei cittadini, che invece avrebbero bisogno che gli Enti a loro più prossimi, i Comuni, siano investiti delle risorse e dell’autonomia necessaria per programmare e attivare gli interventi sul proprio territorio nello spirito di sussidiarietà troppe volte disatteso dal Legislatore. Ecco perché occorre ragionare di autonomia non “differenziata” ma “rafforzata”; la stessa, più ampia, per tutti i Comuni, piccoli e grandi.
Quello che verrebbe fuori da questa riforma, invece, non è “autonomia” ma “centralismo”, un centralismo non statuale ma “regionalista”.
È una riforma ideologica e, perciò, pasticciata. Secondo l’iter attuativo della riforma prima andranno determinati i Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti sociali minimi da garantire ai cittadini su tutto il territorio nazionale; un iter lungo e complesso che rischia di essere sempre a rischio di incostituzionalità.
Si tratterà poi di definire gli ambiti delle devoluzioni chieste da ogni Regione. Lo schema di intesa preliminare verrà trasmesso alla Conferenza unificata tra Stato e Regioni per un parere, quindi passerà alle Camere per l’esame in Commissione e in Aula. È il Parlamento che decide, così come è lo Stato che definisce la quantità dei fondi per ciascuna Regione, dato che le funzioni devolute sono finanziate di anno in anno dallo Stato centrale in base alle risorse previste nella legge di bilancio e in continuità con la spesa storica.
E’ chiaro a tutti che la coperta è corta!
Come dovrebbe essere chiaro al Legislatore che forme di autonomia differenziata non hanno ragione di essere in un sistema di Autonomie locali che ha a cuore l’unità del Paese e l’omogeneità di servizi per il cittadino, le famiglie, le imprese in tutto il territorio nazionale.
Attuare la Costituzione significa sviluppare la sussidiarietà anche attraverso meccanismi di responsabilità fiscale, accrescendo e non esautorando il ruolo degli Enti locali, puntando sulla governance di prossimità:

  1. É necessario valorizzare le dimensioni associative spontanee senza forzare la mano verso innaturali “fusioni” o accorpamenti di funzioni.
  2. Occorre superare la logica del centralismo regionalista a favore di una governance di area vasta: meglio recuperare il ruolo delle Province piuttosto che centralizzare il potere in capo alle Regioni.
  3. Per governare l’area vasta occorre il pieno ripristino delle Province legittimate dal voto popolare superando il meccanismo dell’elezione di secondo livello.
  4. È opportuno garantire alle Regioni il già difficile ruolo legislativo nell’ambito delle competenze previste dalla Costituzione, e di programmazione, finanziamento, controllo, senza che assumano compiti amministrativi e gestionali.

Nello spirito costituzionale della sussidiarietà, quindi, la vera autonomia non va “differenziata” ma “rafforzata”. Sempre che si voglia il bene dell’Italia.

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