Lo stiracchiamento del conflitto di interessi

Che vi sia un conflitto di interessi nel caso di un sindaco deciso ad incaricare la moglie come responsabile di servizio, appare piuttosto chiaro.

Tuttavia, l’Anac con l’atto del presidente secondo il quale è in conflitto di interessi un sindaco che incarichi il coniuge come responsabile di servizio titolare di EQ pare riesca solo a scatenare tanta confusione, senza troppi esiti.

Tutti i ragionamenti svolti, per altro eticamente condivisibili, sono inficiati ab inizio dalla premessa fondamentale: il codice di comportamento, cioè il dPR 62/2023, non si applica ai componenti degli organi di governo.

Ed è proprio questo uno dei difetti principali dell’intero sistema “anticorruzione” che si poggia sulla legge 190/2012: un insieme di norme rivolto solo ed esclusivamente all’apparato amministrativo, senza sfiorare i conflitti di interessi e le potenziali corruttele degli organi di governo. Come se i rischi derivassero solo dai dipendenti pubblici e non anche dalla sfera della politica.

Il sistema anticorruzione per questo motivo nasce zoppo e, oggettivamente, viene visto con un mega apparato burocratico, da cui discendono centinaia di meri adempimenti, dall’efficacia effettiva prossima allo zero.

Si pensi al caso, amplissimo, di comuni ed enti locali interessati dall’applicazione della deleteria previsione contenuta nell’articolo 53, comma 23, della legge 388/2000: in tali enti è possibile derogare al principio di separazione delle funzioni di indirizzo politico da quelle gestionali, sicchè, come conseguenza, sindaci e componenti della giunta possono svolgere le funzioni previste dall’articolo 107 del d.lgs 267/2000. In simili casi, l’intero apparato anticorruzione va completamente in tilt, in quanto di fatto inapplicabile a soggetti che sono ad un tempo gestori, e potenzialmente soggetti alla legge 190/2012 e conseguenti norme, ma anche politici, e dunque estranei alla normativa di contrasto ai conflitti di interessi. La composizione di questa antinomia è di fatto impossibile.

Infatti, l’Anac suggerisce che in ciascun singolo comune gli amministratori si assoggettino ad un “autovincolo”, prevedendo un codice di comportamento analogo a quello vigente per i dipendenti.

Idea buona, in astratto, ma:

  1. che natura avrebbe tale “autovincolo”, pubblica o privata? Non essendo il potere di autovincolo o di adozione di un codice etico sorretto da nessuna fonte pubblicistica, apparirebbe più un’obbligazione privatistica, tale da sottrarre totalmente comunque controlli e misure eventualmente connesse dalla sfera di azione della legge 190/2012, dunque rendendo lo strumento sostanzialmente molto di immagine e poco efficace;
  2. quali conseguenze potrebbero derivare dalla mancata adozione di tali misure? E’ evidente: non trattandosi di un obbligo giuridico, assolutamente nessuna.

Velleitaria ed anche illegittima appare l’indicazione di costituire un organismo di controllo interno, che esprima “pareri” sulla configurabilità o meno di un conflitto d’interessi e sul conseguente obbligo di astensione:

  1. in primo luogo, gli enti locali non possono costituire a loro piacimento organi ed organismi che esercitino funzioni amministrative, poichè vige il principio di legalità, il cui effetto, come è noto, non è solo legittimare le decisioni, ma anche limitare l’espressione di volontà della PA alle sole e tassative regole di esercizio del potere previste dalla legge; la quale non prevede in alcun modo nessun organo di controllo sui conflitti di interessi (chi lo pagherebbe e come?);
  2. in secondo luogo, se l’organo lo si immagina di controllo, dovrebbe avere un potere di sindacato vero e proprio sugli atti; invece l’Anac lo configura come soggetto che esprime “pareri”: ma, allora, non svolge funzione di controllo, bensì funzione di amministrazione consultiva, che è proprio altra sfera;
  3. i “pareri” di un simile organismo apocrifo come potrebbero avere efficacia vincolante?

La realtà è una sola. L’unico conflitto di interesse per i componenti degli organi di governo è quello contemplato dall’articolo 78, comma 2, del Tuel: “Gli amministratori di cui all’articolo 77, comma 2, devono astenersi dal prendere parte alla discussione ed alla votazione di delibere riguardanti interessi propri o di loro parenti o affini sino al quarto grado”. Poco, per stiracchiarlo, come indica l’Anac, al punto di considerare illegittimo per conflitto di interessi il conferimento da parte del sindaco al coniuge di un incarico di responsabile di servizi, cui si aggancia automaticamente (ricordiamo l’articolo 19 del Ccnl 16.11.2022) quello di EQ. Per altro, in alcuni comuni ove accada che sindaco e uno tra i funzionari apicali siano coniugi, i dipendenti possono essere talmente pochi da rendere la scelta dell’incarico apicale come inevitabile. E, allora, che si fa?

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