Oh mia bela Madunina, fammi avere il trasferimento

Ha avuto una certa risonanza (e non poteva essere altrimenti) la richiesta di trasferimento avanzata al Comune di Milano da più di 100 funzionari dell’area urbanistica. Questi, in particolare, dopo le indagini condotte dalla Procura della Repubblica, hanno manifestato, con due lettere rivolte ai vertici dell’ente locale, la loro preoccupazione in merito alla possibilità di essere coinvolti in procedimenti penali. Infatti, come si comprende da alcuni quotidiani nazionali, gli inquirenti sosterrebbero che per delle “nuove costruzioni” siano stati rilasciati titoli abilitativi funzionali al compimento di mere attività di “ristrutturazione” e, quindi, si appresterebbero ad approfondire la questione.

Questione che, a dire il vero, andrebbe contestualizzata nel più ampio e problematico rapporto tra diritto penale e amministrativo. Uno sforzo intellettuale complesso, al quale non potevano che provvedere giuristi di assoluto prestigio. Molti fra loro, intervenuti il 12 febbraio scorso all’incontro di studi in ricordo dei Professori Guido D’Angelo e Salvatore Bellomia “Diritto amministrativo e fattispecie penali” (tenutosi presso la sede storica dell’Università di Napoli “Federico II’’), hanno manifestato le proprie prospettive sul tema. Nello specifico, la riflessione, involgendo il precario equilibrio tra i tre poteri dello Stato, è stata condotta attraverso l’illustrazione di alcuni casi emblematici quali: l’equiparazione pretoria, rispetto al reato contravvenzionale di cui all’art. 44, lett. b), D.P.R.  n. 380/2001, della costruzione realizzata in totale difformità o assenza del permesso di costruire a quella consentita da un permesso illegittimo; l’abuso d’ufficio, destinato alla mera soppressione; le ingerenze del giudice penale nelle valutazioni discrezionali (e di merito) compiute anteriormente dalla P.a.; l’incertezza delle regole, intesa come conseguenza ultima ed inevitabile del fenomeno considerato, in grado di riverberarsi sui vari attori del sistema. 

Dopo oltre tre ore di dibattito, il prodotto finale si presenta sicuramente pieno di sfaccettature. Invero, mentre alcuni hanno criticato aspramente le interpretazioni più spinte della giurisprudenza penale (ritenendole irrispettose del principio di legalità e dei suoi corollari nonché della sovranità popolare depositata in seno al Parlamento), altri ne hanno evidenziato l’inevitabilità sia a fronte di un’attività normativa spesso criptica e incoerente sia alla luce dei limiti intrinseci mostrati dall’ortodossia giuridica nel confronto con la realtà concreta. Ancora, e con specifico riguardo all’abuso di ufficio (art. 323 c.p.), la mera abrogazione non sembrerebbe essere stata accolta di buon grado. Difatti, al di là della possibile divaricazione delle maglie applicative di altre fattispecie criminose (es. peculato per distrazione), secondo buona parte dei relatori, ci sarebbe il rischio di generare vuoti di tutela. In proposito, tuttavia, è stato prospettato un possibile scenario successivo all’imminente abolitio criminis. Precisamente, rompendo il nesso d’immedesimazione organica tra il funzionario protagonista dell’abuso e l’organizzazione istituzionale d’appartenenza, si potrebbe far migrare la tutela degli offesi nel diritto civile e, precisamente, nell’area della responsabilità risarcitoria, incidendo così sulla sfera patrimoniale – personale dell’autore dell’illecito.

Comunque, andando oltre l’importanza e l’opportunità scientifica dell’evento menzionato, persiste lo sconforto provocato da vicende come quella che sta interessando il Comune del capoluogo lombardo. Investire sulla formazione e l’aggiornamento dei pubblici dipendenti, implementare i canali di cooperazione fra istituzioni, promuovere la buona legislazione (eleggendo la competenza e non lo slogan acchiappa consensi); solo queste sembrerebbero essere le strade da percorrere per evitare una desertificazione graduale del pubblico impiego; sconfiggere la “paura della firma” e, più di tutto, favorire l’avvicinamento delle nuove generazioni ad un mondo che, in qualsiasi Paese sano, non sarebbe possibile identificare nell’agognato “posto fisso” dei film di Zalone.

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