ANAC: indirizzi per la nomina del Responsabile Anticorruzione. 

1. Premessa.

   L’ultimo aggiornamento dell’ANAC in materia di nomina del Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza (RPCT) di un ente pubblico afferma che esso vada individuato tra i dirigenti di ruolo in servizio, disponendo eventuali modifiche organizzative necessarie per assicurare funzioni e poteri idonei per lo svolgimento dell’incarico con piena autonomia ed effettività. 

    L’ANAC ribadisce l’indirizzo, con l’Atto del Presidente del 20 marzo 2024, rispondendo a richiesta di Parere di una società di servizi idrici integrati della Provincia di Salerno.

    Scrive l’Autorità che “è opportuno che l’incarico di RPCT sia attribuito ad un soggetto che abbia adeguata conoscenza dell’organizzazione e del funzionamento dell’amministrazione, sia dotato della necessaria autonomia valutativa e non si trovi in situazioni di conflitto di interessi. Tale ruolo, pertanto, non dovrebbe essere conferito a soggetti assegnati ad uffici che svolgano attività di gestione e di amministrazione attiva nonché assegnati a settori che sono considerati più esposti a rischio corruttivo”. 

     La nomina di un dirigente esterno quale RPCT deve considerarsi peraltro come una eccezione, che necessita di una motivazione puntuale, anche in ordine all’assenza di soggetti aventi i requisiti previsti dalla legge.

     Il Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza è la figura cardine su cui si regge il sistema di anticorruzione di livello locale delineato con la legge del 6 novembre 2012, n. 190, c.d. legge Severino o legge anticorruzione. L’ANAC definisce il RPCT come “il punto di riferimento interno ad ogni amministrazione per l’attuazione della normativa anticorruzione”. 

     Inizialmente, la figura del Responsabile della prevenzione della corruzione (RPC) fu immaginata distinta dalla figura del responsabile della trasparenza (RT). Difatti, la legge anticorruzione aveva affidato compiti distinti a queste due figure, con il decreto legislativo del 25 maggio 2016, n. 97, c.d. FOIA, le due figure sono state assorbite dal RPCT, posto che le singole amministrazioni possono prevedere la separazione delle funzioni in due diverse figure, il RPC e il RT per l’appunto, nel caso in cui ci siano evidenti ragioni organizzative, come può essere un’amministrazione con un certo grado di complessità dovuto alle sue dimensioni.

      L’organo di indirizzo politico amministrativo delle amministrazioni individua, di norma tra i dirigenti di ruolo in servizio, il Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza (RPCT), disponendo le eventuali modifiche organizzative necessarie per assicurare funzioni e poteri idonei per lo svolgimento dell’incarico con piena autonomia ed effettività.    

    Pertanto, la competenza della nomina dell’RPCT spetta all’organo di indirizzo e, inoltre, tale figura deve essere prevista nell’organigramma dell’amministrazione con proprie funzioni, poteri, limiti e responsabilità. Analizzando la disposizione contenuta nell’articolo 1, comma 7, della legge 190/2012, si evince ancora che l’RPCT deve essere un soggetto interno all’amministrazione.

    Inoltre, l’incarico deve essere affidato ad un soggetto che abbia un’adeguata conoscenza dell’organizzazione e del funzionamento della stessa e che non sia a remunerazione diretta. Inoltre, l’incarico del RPCT può essere svolto anche da personale che non riveste la qualifica dirigenziale in caso di carenza di posizioni dirigenziali e, infine, l’incarico del RPCT non può essere esclusivo, ma bensì deve essere aggiunto ad un incarico già preesistente e, pertanto, tale funzione sarà aggiuntiva.

2. Il recente Atto del Presidente dell’ANAC del 20 marzo 2024.

    Come è noto, il RPCT è dotato di ampia autonomia, sia sotto il profilo organizzativo che valutativo e deve essere una figura che sia in grado di garantire la buona immagine dell’amministrazione. L’ANAC consiglia di non nominare RPCT soggetti che svolgono attività in settori particolarmente esposti alla corruzione.

     L’ANAC, nel suddetto recente provvedimento, afferma  che “ove vi siano situazioni peculiari di tipo organizzativo che non consentano comunque di nominare un RPCT in base ai principi generali forniti da ANAC, la società può operare scelte che rispondano alle proprie esigenze, compiendo le valutazioni necessarie di caso in caso. Gli organi di indirizzo sono, tuttavia, tenuti a motivare eventuali scelte e soluzioni non rispondenti ai citati orientamenti nel provvedimento di nomina del RPCT”. 

     Peraltro, “soprattutto negli enti di piccole dimensioni, l’incarico di RPCT si configura come incarico aggiuntivo a quello di cui il soggetto individuato risulti già titolare”, non venendo in rilievo l’esercizio di un potere negoziale. 

    Si tratta, piuttosto, dell’esercizio di un potere dell’organo di indirizzo di richiedere al dipendente tutte le mansioni esigibili dalla categoria di inquadramento, che di per sé non sono rifiutabili.

    “Nel caso di specie – conclude l’ANAC- l’attribuzione dell’incarico di RPCT ad un soggetto che riveste il ruolo di quadro, trovandosi tutti i dirigenti in una posizione di incompatibilità, appare garantire i requisiti previsti dal legislatore e dalla stessa Autorità”.

     Precisa, infine, l’Autorità che la rinuncia all’incarico di RPCT assegnato può ritenersi ammissibile se vi siano adeguate motivazione che evidenziano situazioni di incompatibilità/inopportunità, ma queste non possono certamente ravvisarsi nella mancata previsione di un compenso aggiuntivo. Per legge, infatti, dall’espletamento dell’incarico di RPCT non può, in nessun caso, derivare alcun compenso aggiuntivo, fatto salvo il solo riconoscimento, laddove sia configurabile, di eventuali retribuzioni di risultato legate all’effettivo conseguimento di precisi obiettivi di performance predeterminati. 

3. Richiesta di parere all’ANAC in ordine alla sussistenza di eventuale incompatibilità di ruoli e dipendenti a tempo determinato (Fasc. ANAC n. 1193/2024).

    E’ stato chiesto all’ANAC  di esprimersi in merito alla sussistenza di eventuali incompatibilità, in considerazione di legami di parentela e di cariche ricoperte, in capo a due soggetti da assumere quali dipendenti con la qualifica di operatore ecologico, che sono risultati essere:

– il figlio di un consigliere comunale in carica presso il comune socio unico di omissis con delega alle partecipate dell’ente che detiene il 100% delle quote sociali;

– una signora che attualmente ricopre la carica di Consigliere Comunale dell’ente che detiene il 100% delle quote sociali.

     In relazione ai quesiti posti, l’ANAC ha rilevato ipotesi di inconferibilità e/o incompatibilità disciplinate dal d.lgs. 39/2013, che attengono esclusivamente ad incarichi amministrativi di vertice e/o dirigenziali in destinazione (e non di dipendente come nel caso prospettato).

     Per dette ipotesi si è richiamata la competenza del Ministero degli interni, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali.

   Ciò posto, l’ANAC ha riportano alcune considerazioni di carattere generale ed indicazioni per il rafforzamento delle misure di prevenzione dei conflitti d’interesse per gli amministratori locali.

    Innanzitutto, il conflitto di interessi si realizza nel caso in cui l’interesse pubblico venga deviato per favorire il soddisfacimento di interessi privati, di cui sia portatore direttamente o indirettamente il pubblico funzionario. 

    La nozione di conflitto, secondo l’ANAC, presenta un’accezione ampia, dovendosi attribuire rilievo “a qualsiasi posizione che potenzialmente possa minare il corretto agire amministrativo e compromettere, anche in astratto, l’imparzialità richiesta al dipendente pubblico nell’esercizio del potere decisionale”.

    La normativa di riferimento in materia di conflitto per i dipendenti pubblici sono l’art. 6-bis della legge sul procedimento amministrativo (l. n. 241/1990) e il D.P.R. n. 62 del 2013, che contiene il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, agli articoli 6, comma 2 e 7. 

    La seconda norma è più dettagliata e prevede che: “Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero di suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale, ovvero, di soggetti od organizzazioni con cui egli o il coniuge abbia causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito significativi, ovvero di soggetti od organizzazioni di cui sia tutore, curatore, procuratore o agente, ovvero di enti, associazioni anche non riconosciute, comitati, società o stabilimenti di cui sia amministratore o gerente o dirigente.  

      Il dipendente si astiene in ogni altro caso in cui esistano gravi ragioni di convenienza. Sull’astensione decide il responsabile dell’ufficio di appartenenza”.

     Detta disposizione contiene dunque una tipizzazione delle relazioni personali o professionali sintomatiche del possibile conflitto di interesse e contiene anche una clausola di carattere generale in riferimento a tutte le ipotesi in cui si manifestino gravi ragioni di convenienza.

      Si tratta in sostanza di situazioni che si verificano quando il dipendente pubblico è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali, cioè situazioni in grado di compromettere, anche solo potenzialmente, l’imparzialità richiesta al dipendente pubblico nell’esercizio del potere decisionale. La ratio dell’obbligo di astensione, in simili circostanze, va quindi ricondotta nel principio di imparzialità dell’azione amministrativa e trova applicazione ogni qualvolta esista un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale.

      Peraltro il riferimento alla potenzialità del conflitto di interessi mostra la volontà del legislatore di impedire ab origine il verificarsi di situazioni di interferenza, rendendo assoluto il vincolo dell’astensione, a fronte di qualsiasi posizione che possa, anche in astratto, pregiudicare il principio di imparzialità.

L’applicazione delle disposizioni richiamate, tuttavia, è destinata esclusivamente ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché a consulenti, collaboratori e dipendenti di imprese fornitrici di beni e servizi in favore dell’ente pubblico. Sono, pertanto, esclusi i componenti degli organi d’indirizzo politico (come nel caso di specie, consigliere comunale), per i quali il conflitto d’interesse è specificamente disciplinato dall’art. 78, comma 2, d.lgs. n. 267/2000. La predetta norma dispone infatti che “Gli amministratori di cui all’articolo 77, comma 2, devono astenersi dal prendere parte alla discussione ed alla votazione di delibere riguardanti interessi propri o di loro parenti o affini sino al quarto grado. L’obbligo di astensione non si applica ai provvedimenti normativi o di carattere generale, quali i piani urbanistici, se non nei casi in cui sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto della deliberazione e specifici interessi dell’amministratore o di parenti o affini fino al quarto grado”.

     Il legislatore, dunque, anche in questo caso ha indicato quale misura obbligatoria con funzione preventiva l’astensione dalla partecipazione alla decisione dell’amministratore pubblico, salvo il caso in cui l’atto da adottare abbia carattere normativo o amministrativo generale tale da non consentire un riconoscimento immediato dell’interesse privato di cui quest’ultimo sia eventualmente titolare.

      L’obbligo di astensione di cui al comma 2 dell’art. 78 del T.U.E.L. mira pertanto a prevenire il conflitto d’interessi ed è finalizzato a salvaguardare il buon andamento e l’imparzialità dell’attività dell’ente locale, che ricorre ogniqualvolta vi sia una correlazione immediata e diretta tra la situazione personale del titolare della carica pubblica e l’oggetto specifico della deliberazione (intesa come attività volitiva a rilevanza esterna). 

     A ciò si aggiunga che l’art. 5 del citato TUEL prevede che “al sindaco ed al presidente della provincia, nonché agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province”.

       È stato successivamente chiesto all’ANAC di conoscere se esista incompatibilità per un consigliere comunale ai sensi dell’art. 63 del TUEL, nel caso in cui quest’ultimo venga assunto dalla omissis, azienda in house dell’ente locale, con qualifica di operatore ecologico necessario per il servizio del ciclo dei rifiuti svolto sul territorio.

       L’articolo 63, la cui rubrica reca genericamente “Incompatibilità”, elenca una serie di ipotesi in cui potrebbe essere coinvolto un candidato alla carica di sindaco, presidente provinciale, consigliere comunale, provinciale o circoscrizionale che fosse in rapporti tali con l’ente in questione tali da configurare una sorta di conflitto di interesse sia per la professione svolta, per una divergente valutazione degli interessi in gioco, ovvero perché un cumulo di cariche potrebbe metterlo nella condizione di non esercitare il mandato nel modo migliore. Il comma 7 poi estende a colui che, nel corso del mandato, viene a trovarsi in una condizione di ineleggibilità prevista nei precedenti articoli.

     In particolare, l’incompatibilità esprime il conflitto tra due situazioni in relazione alle quali l’interessato deve optare per una sola di esse. 

     In tale senso, la previsione dell’art. 63, comma 1, nn. 1 e 2 del TUEL dispone l’incompatibilità dell’amministratore o il dipendente con poteri di rappresentanza o di coordinamento di ente.

     Pertanto, il consigliere Comunale dovrebbe dimostrare che il suo ruolo all’interno della società non è riconducibile a ruoli “come titolare, amministratore, dipendente con poteri di rappresentanza o di coordinamento”, non prefigurando in tal caso alcuna incompatibilità.

     Se le ipotesi di incompatibilità previste dall’art. 63 del TUEL già citato sono volte a prevenire le situazioni di conflitto di interessi in capo ai titolari di cariche elettive attraverso l’individuazione di posizioni o di situazioni che tipicamente possono dar luogo a tale conseguenza, l’art. 78 contiene la clausola generale in base alla quale per tutti gli amministratori locali vi è sempre l’obbligo di astensione qualora vengano a trovarsi in posizione di conflitto, in quanto portatori di interessi personali, diretti o indiretti, in contrasto potenziale con quello pubblico.

    Pertanto, anche quando non risultino integrati tutti i presupposti di cui all’art. 63 che danno luogo ad incompatibilità, potrebbero, comunque, sussistere gli estremi del conflitto di interessi, con conseguente obbligo di astensione dell’interessato dalla decisione che deve essere assunta dall’organo collegiale.

Autore

Views: 102

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *