Anac: urge rivedere il suo ruolo e le sue funzioni.

Perchè una lettera aperta che alcuni comuni rivolgono all’Anac sul tema della digitalizzazione degli appalti? Perchè, forse, è ora il caso di dire le cose senza indugi e infingimenti: l’Anac, come molti altri soggetti, dalla Corte dei conti, allo Stesso Consiglio di Stato, dal servizio di consulenza del Mit a troppi altri soggetti (come anche l’Agid) hanno da tempo esondato da ruoli e funzioni. Basti pensare ai tanti, troppi, pareri “creativi” di prassi e regole non rinvenibili direttamente dalle norme, o alla sempre maggiore tendenza a passare da soggetti di supporto e controllo, ad autori diretti delle regole sulle quali poi sono chiamati a pronunciarsi.

Avvenne così per l’Anac all’epoca del d.lgs 50/2016, è accaduto nella sostanza col Consiglio di Stato col codice 36/2023, come del resto accadde all’epoca del 163/2006.

Sta di fatto, tornando all’Anac, che un’Autorità deve agire per la regolazione dell’ambito sottoposto alle proprie cure. Generalmente, le authority operano in ambiti nei quali diritti soggettivi e negoziali caratterizzano in modo peculiare i rapporti tra cittadini e imprese, laddove l’intervento normativo ed autoritativo dello Stato risulti circoscritto e non spinto fino alla disciplina tecnica.

Nel caso degli appalti pubblici, la presenza di un’Authority, per altro definita “anticorruzione”, come se gli appalti fossero di per sè terreno di coltura del malaffare, è piuttosto eccentrica: le funzioni di regolazione, in un sistema profondamente connesso a regolazione non solo statale, ma europea, hanno poco spazio. E dopo la pessima esperienza della “soft law”, durata per fortuna poco, ma abbastanza per produrre scompensi e confusione, è anche un bene sia così.

La normativa degli appalti è così ampia e pervasiva che una ulteriore funzione di regolazione finisce quasi inevitabilmente per rendersi ultronea.

In effetti, la funzione dell’Anac più che di regolazione ha ancora moltissimi aspetti di diretta normazione, ma soprattutto appare eccessivamente attenta alla sanzione; e lo stesso vale, sotto molti aspetti, per conflitto di interessi e trasparenza.

Dalla propria torre d’avorio della magnificente sede romana, l’authority regola poco, ma impone, detta, controlla, alza il dito e soprattutto sanziona, sanziona, sanziona.

Resta sfocato il potenzialmente prezioso ruolo di punto di riferimento per l’accompagnamento degli operatori e degli enti in una impresa complicata e difficile, come quella di gestire gli appalti. Resa, per altro, sempre più astrusa da un susseguirsi di codici capaci di semplificare e regolare con chiarezza in modo sempre più drasticamente inversamente proporzionale agli annunci e al marketing e al battage connessi.

Lungo questa china, l’Anac sempre più ha virato verso un ruolo di “capo ufficio”, che dispone operazioni e minuti adempimenti e a questi guarda, sfuggendo poi l’insieme. Con l’evidente ulteriore problema della poca permeabilità alla critica costruttiva e al dialogo.

La digitalizzazione è certo necessaria, corretta e tutti la auspicano. Ma, è stata realmente calata dall’alto, imposta senza dialogo nè con le PA, nè con gli stessi operatori del privato, che comunque hanno finito per creare un oligopolio dovuto alle condizioni di mercato, col paradosso che un’autorità di regolazione del mercato ha assecondato l’idea un po’ bislacca di privatizzare la gestione di una piattaforma digitale che avrebbe dovuto essere, invece, interamente pubblica, contribuendo a creare tuttavia un mercato estremamente ristretto e impossibilitato all’innovazione.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. A un anno di distanza dalla vigenza (soffertissima: ma, perchè l’idea assurda della distinzione inusitata tra entrata in vigore ed efficacia?) del d.lgs 36/2023, il mix di norme convulse e spesso velleitarie (i “principi” dei primi 12 articoli sono l’archetipo di un modo di legiferare lontanissimo dalla realtà e dall’operatività) e di regole minute, specie sulla digitalizzazione, si è dimostrato esiziale,

E farà, probabilmente, il resto, l’idea ormai più che decennale della qualificazione delle stazioni appaltanti, trasformata dall’opportunità di creare supporti per le amministrazioni meno strutturate, in un sistema bizantino di autorizzazioni, che finirà per creare nuove strozzature operative, incidendo ancor più negativamente su un mercato degli appalti di fatto crollato, proprio in temo di PNRR.

Occorre rivedere dal profondo questa organizzazione generale, nella quale ormai conta di più non l’azione e l’operatività, ma l’esegesi del lavoro altrui, svolta mediante pareri di ogni genere, linee guida, atti di indirizzo e, soprattutto, sanzioni fine a se stesse, poco utili alla crescita professionale e solo capaci di generare immense partite di giro di denaro pubblico tra pubbliche amministrazioni. Mentre i mercati si fermano e le gare pubbliche crollano ulteriormente anche a causa della pochissimo meditata idea di estendere a dismisura sistemi di individuazione del contraente per loro natura anticoncorrenziali, in nome di principi di “risultato”, “tempestività” e “fiducia” malintesi e travisati.

Gli organi di regolazione dovrebbero accompagnare gli enti che agiscono, restando un passo indietro e di fianco, avendo rispetto per chi le responsabilità le assume facendo. Il Legislatore dovrebbe capire che non si combatte certo la “paura della firma”, ma meglio dire, non si valorizza certo l’azione volta al perseguimento del tanto decantato “valore pubblico”, se l’agire è considerato subordinato e schiacciato sotto il tallone dell’esegeta, che, senza assumersi alcuna responsabilità, impone adempimenti su adempimenti e strumenti operativi anche non collaudati e poco funzionali, scoccando dal proprio arco continuamente le frecce avvelenate delle sanzioni.

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Un commento

  • Segretario Stufo

    Ottima iniziativa! E non dovrebbe fermarsi qui.

    I Comuni dovrebbero chiedere i danni ad ANAC per i disservizi causati a gennaio! Senza contare tutte le ore aggiuntive che si stanno tutt’ora impiegando per ogni singolo affidamento. Ma a Roma si rendono conto di quanto denaro viene sprecato in tutta Italia per ogni singolo adempimento inutile che viene imposto? Ah già, secondo loro basta scrivere nella normativa la frase magica “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” e improvvisamente tutto si risolve. Tanto la colpa ricade sempre sui Comuni. ANAC prende in giro scrivendo “Semplificazioni in vista per le Stazioni Appaltanti” cosicché possano farci gli articoli sui giornali. Eliminare una pratica che richiede un’ora all’anno ma imporre procedure online inefficienti e ridondanti che funzionano un giorno su cinque non può certo definirsi “semplificazione”.

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