Carenza di assistenti sociali: come non funzionano i livelli essenziali delle prestazioni

Sono del tutto sterili le urla di allarme contro l’attuazione dell’autonomia differenziata, in attuazione dell’articolo 116 della Costituzione, specie se provenienti dalle forze politiche che nel 2001 approvarono per una manciata di voti la riforma del Titolo V, una delle più esiziali per la PA.

Il gioco delle parti politiche dovrebbe interessare poco. La vera questione è, laddove si intenda attuare quella riforma, è fare sì che il potenziale disequilibrio dei servizi da rendere sia governato e rimediato, applicando i cosiddetti “livelli essenziali delle prestazioni”, in sigla “Lep”.

L’articolo 117, comma 1, lettera m), della Costituzione assegna alla potestà legislativa dello Stato la materia della “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale“. Lo Stato, quindi, deve poter assicurare ai cittadini che entro i suoi confini la PA eroghi medesime prestazioni, con medesima efficacia.

E’ ben noto che non è così. I rischi dell’autonomia differenziata sono concreta realtà da molto tempo, anche se ancora l’articolo 116 della Costituzione non è stato approvato.

Ed è altrettanto noto che laddove si è provato ad intervenire con i livelli essenziali, il meritevole tentativo normativo spesso non ha dato frutti concreti.

Nella sanità vigono da anni i Lea, livelli essenziali di assistenza: affermare che in tutte le regioni i cittadini sono seguiti dalla sanità con le stesse efficienza è impossibile.

Ma, anche laddove si sia provato ad attivare livelli essenziali delle prestazioni al di fuori dell’ambito sanitario, i tentativi non si sono rivelati per nulla incoraggianti.

Prendiamo il caso dei servizi sociali dei comuni. Nonostante il servizio sociale rappresenti una delle funzioni principali, diremmo fondanti, dei comuni, da sempre sono sostanzialmente la “Cenerentola”.

Gli enti locali assegnano pochi finanziamenti, le competenze sono frammentate con le Usl, le strutture sotto dimensionate e sotto dotate.

E’ un dato oggettivo che i comuni non abbiano investito adeguatamente negli anni e che tale disinvestimento sia ancora presente.

Non è un caso che per porre rimedio a questa situazione, la legge 178/202 ha proprio fissato dei Lep: all’articolo 1, comma 797 e seguenti, ha introdotto un livello essenziale delle prestazioni di assistenza sociale definito da un operatore ogni 5.000 abitanti e un ulteriore obiettivo di servizio definito da un operatore ogni 4.000 abitanti.

Allo scopo, la legge ha introdotto un contributo economico a favore degli Ambiti sociali territoriali (ATS) connesso al numero di assistenti sociali impiegati in proporzione alla popolazione residente.

Il contributo è determinato in 40.000 euro annui per ogni assistente sociale assunto a tempo indeterminato dall’Ambito, ovvero dai Comuni che ne fanno parte, in termini di equivalente a tempo pieno, in numero eccedente il rapporto di 1 a 6.500 abitanti e fino al raggiungimento del rapporto di 1 a 5.000; e in 20.000 euro annui per ogni assistente sociale assunto in numero eccedente il rapporto di 1 a 5.000 abitanti e fino al raggiungimento del rapporto di 1 a 4.000.

Un’occasione da non perdere per rafforzare finalmente i servizi sociali locali? Sì, ma il risultato non appare affatto soddisfacente, a 4 anni di distanza.

Lo certifica l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, col rapporto “Focus n. 5/2023 “L’attuazione del Livello essenziale delle prestazioni di assistenza sociale: il reclutamento degli assistenti sociali”“.

La sintesi stringata del rapporto è: “Gran parte delle risorse finora stanziate per il LEP non è stata utilizzata, nonostante l’elevato numero di Enti sottodotati, mentre sono stati finanziati Enti che avevano già raggiunto il LEP. Rispetto al totale degli assistenti sociali finanziati con il contributo nel 2023, è pari al 37 per cento la quota di quelli che consentono agli ATS di mirare all’obiettivo di servizio di uno ogni 4.000 abitanti, superiore al LEP. “. … “Il fabbisogno di assistenti sociali aggiuntivi necessari per raggiungere il LEP in tutti gli ATS è pari a 3.216 unità, considerando gli ATS presenti nel 2022 e i relativi assistenti (al netto degli ambiti del Trentino-Alto Adige) e presumendo l’assenza di assistenti sociali negli ambiti che non hanno comunicato i dati al SIOSS. Tale fabbisogno può essere ripartito come segue: 1.844 assistenti che devono essere assunti in 291 ATS sotto soglia, per i quali servirebbero circa 73,7 milioni, reperibili attingendo alle risorse per lo sviluppo dei servizi sociali del FSC; 1.042 assistenti, per un costo di circa 41,7 milioni, che gli stessi 291 ATS potranno assumere, una volta superata la soglia, con le risorse del contributo dal Fondo povertà; 330 assistenti, da assumere sempre con le risorse del contributo dal Fondo povertà nei 97 ATS sopra soglia che già accedono a tale finanziamento, con un onere di 13,2 milioni (tab. 1).

I dati sono piuttosto sconfortanti: rivelano la refrattarietà delle amministrazioni locali a garantire il rispetto dei Lep, nonostante quanto prevedono Costituzione e legge.

D’altra parte, manca totalmente un sistema di controllo e di intervento per rimediare a questi inadempimenti, come un commissariamento.

Il caso pratico delle assunzioni degli assistenti sociali dimostra che anche senza autonomia differenziata, i divari territoriali nei livelli di efficienza e strutturazione dei servizi sono già ben presenti, favoriti dalla simmetrica assenza di controlli, grandi assenti del dibattito.

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