Comuni controllori dei bonus edilizi? Cronaca di un fallimento annunciato

Il Parlamento ed il Governo stanno pensando ad una norma per coinvolgere (da capire se in modo obbligatorio o facoltativo) i comuni nelle attività di controllo finalizzate a individuare e sanzionare le violazioni commesse nell’utilizzo dei bonus edilizi.

Il meccanismo sembra ricalcare nelle intenzioni quello che punta(va) a favorire la collaborazione degli stessi comuni nella lotta all’evasione fiscale.

È una pessima idea perché replica un modello fallimentare, quello attuato dal decreto-legge n. 203/2005 (poi ripetutamente modificato), che ha introdotto dei premi per le “segnalazioni qualificate” dei comuni che danno luogo ad accertamenti. All’ente che ha fornito elementi utili viene riconosciuta una percentuale (fino al 100%) della somma riscossa. L’incentivo si applica alle maggiori somme relative a tributi statali riscosse a titolo definitivo nonché delle sanzioni civili applicate sui maggiori contributi riscossi  a  titolo definitivo, al netto delle somme spettanti ad altri enti ed alla UE.

Pertanto, la consistenza di questi trasferimenti è un’ottima proxy del grado di collaborazione fra il centro e la periferia nello svolgimento di una funzione unanimemente considerata come strategica a fronte dell’enorme entità che il “sommerso” presenta nel nostro Paese e affine a quella di controllo sulla compliance alla normativa sui vari incentivi all’attività edilizia.

Ebbene,  da ormai un decennio si è registrato un calo vertiginoso:, che pare ormai consolidato: già nel 2015, il numero delle segnalazioni si era ridotto del 27% rispetto al 2014 e del 43% nell’arco dell’ultimo quadriennio. Per contro, l’ammontare delle premialità complessivamente riconosciute era aumentato del 22,7%, passando da 17,7 a 21,7 milioni, anche se solo grazie alla maggior percentuale riconosciuta all’ente segnalante. Negli ultimi anni, invece, anche questo numero è caduto in picchiata, fino all’ultimo record negativo: nel 2023, per le attività svolte nel 2022, sono stati erogati poco più di 3 milioni di euro, in ulteriore riduzione rispetto agli anni passati: un trend decrescente che pare inarrestabile e che impone una revisione degli strumenti che dovrebbero trasformare gli enti in alleati di Agenzia delle Entrate e Guardia di finanza nella caccia a chi sgarra.

Non per nulla, la Corte dei conti, già nella relazione al rendiconto generale dello Stato per l’anno 2016, aveva definito “marginale” l’apporto dei comuni all’attività di accertamento.

Le cause sono due: da un lato, l’inspiegabile ritrosia a condividere le banche dati dell’amministrazione finanziaria con i comuni, dall’altro la carenza di personale di questi ultimi. Criticità che con la nuova norma si porranno negli stessi identici termini, con inevitabile debacle su tutta la linea. Perchè a questo punto perdere tempo?


I comuni non riescono a gestire con efficienza le proprie attività connaturate, per molte ragioni: dalla carenza conclamata di personale (è il comparto che più di tutti ha subito gli effetti deleteri dei tetti al turn over), all’accanimento programmatorio (tra Dup, Piao, Peg e tutta la pletora di programmi di dettaglio di varia natura che vessano ogni attività), fino alla quantità incommensurabile di micro adempimenti e imputazione dati in mille banche dati, da togliere il respiro e soprattutto forze per attendere alla gestione.

Come afferma Barbero, l’idea di avvalersi di enti allo stremo, per controllare i bonus edilizi, è velleitaria e pessima. Per altro, da sempre proprio i controlli sull’attività edilizia sono il micidiale tallone d’Achille di amministrazioni la cui classe politica si sorregge in particolare su sostegno e consenso proprio di costruttori ed imprenditori dell’edilizia e, per queste ragioni, assai poco propensa a controlli efficienti sull’edilizia.

Si tratta, nella sostanza, di una trovata molto propagandistica.

LO

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