Il silenzio assenso non può essere una modalità ordinaria di conclusione dei procedimenti

Il silenzio assenso è un rimedio contro l’inerzia o il ritardo della PA ed allo stesso tempo una modalità per assicurare:

  1. la celerità dell’azione amministrativa: infatti, anche se la PA competente non si pronuncia entro il termine fissato, un secondo dopo si forma il provvedimento tacito di accoglimento che conclude il procedimento assicurando al richiedente il beneficio richiesto;
  2. la semplificazione e la certezza dei rapporti con i cittadini: infatti, questi possono comunque contare sulla necessaria formazione, sebbene tacita, di un provvedimento e quindi programmare il prosieguo delle proprie attività.

Come conferma il Consiglio di stato, Sezione VI, con la sentenza 30.11.2023, n. 10383, ai fini della formazione del silenzio assenso non rileva la circostanza che la domanda presenti tutti gli elementi richiesti dalla legge per il suo accoglimento.

Infatti, col silenzio assenso non si realizza alcuna istruttoria sulla possibilità che la domanda sia accoglibile: l’istituto intende porre rimediare esattamente all’inerzia della PA che tale istruttoria omette e ritarda.

Dunque, evidenzia il Consiglio di stato, è obbligo dell’amministrazione competente gestire il procedimento in tutte le sue fasi entro i termini fissati dalla legge, se intende evitare la formazione del silenzio assenso, che, come ben sottolinea la sentenza, è posta a “pena” del ritardo.

La formazione del silenzio assenso, dunque, se costituisce per i cittadini un vantaggio ai fini della certezza dei tempi e del merito dell’azione amministrativa, disvela, all’opposto, un’inefficienza dell’amministrazione. Non si deve dimenticare che ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge 241/1990 “Ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, le pubbliche amministrazioni hanno il dovere di concluderlo mediante l’adozione di un provvedimento espresso

Dunque, lo schema naturale ed ordinario è che le PA attivino il procedimento amministrativo e lo gestiscano nei termini, concludendolo con un provvedimento espresso.

Molte PA, incorrendo in un errore gravissimo, pensano, all’opposto che il silenzio assenso possa costituire un metodo organizzativo. In altre parole, gli uffici lasciano intenzionalmente decorrere sistematicamente i termini di intere serie procedurali, ritenendo che in tal modo si semplifichi l’azione amministrativa.

In tal modo si confonde totalmente lo scopo della semplificazione. Non si comprende che il fine della semplificazione è soprattutto semplificare oneri, adempimenti, termini e condizioni a vantaggio dei cittadini. Non di rado, ciò che si semplifica per i beneficiari non si semplifica affatto per la PA, che deve comunque gestire fasi ed attività irrinunciabili.

Altrimenti, il silenzio assenso è appunto una “pena”, che dovrebbe anche fare scattare le responsabilità dei funzionari inerti o ritardatari. Infatti, ai sensi dell’articolo 2, comma 9, della legge 241/1990 “La mancata o tardiva emanazione del provvedimento nei termini costituisce elemento di valutazione della performance individuale, nonché di responsabilità disciplinare e amministrativo-contabile del dirigente e del funzionario inadempiente”.

Totalmente all’opposto di quanto diffusamente ritenuto, dunque, il silenzio assenso non solleva affatto le amministrazioni dall’obbligo di chiudere nei termini i procedimenti con un provvedimento espresso. Al contrario, esso è un beneficio per il privato, che vede formarsi un provvedimento tacito a sè favorevole; ma un’inefficienza della PA, che dovrebbe far scattare le connesse responsabilità (sempre che, ovviamente, l’inerzia ed il ritardo siano imputabili a comportamenti dolosi o connotati da colpa).

D’altra parte, la formazione del silenzio assenso implica un’ulteriore conseguenza: la possibile perdita, da parte della PA, del potere di rimediare all’eventuale illegittimità del provvedimento favorevole, se non adotti un atto in autotutela entro il termine ragionevole posto dall’articolo 21-nonies della legge 241/1990, cioè 12 mesi.

Il rischio è l’irrimediabile consolidamento di una fattispecie che, se fosse stata gestita puntualmente e con perizia, non si sarebbe formata.

La sentenza ricorda che solo il vero e proprio falso consente alla PA di intervenire con l’annullamento in ogni tempo del provvedimento tacito formatosi per silenzio assenso; non dunque se in ogni caso la domanda originaria possieda comunque un minimo essenziale per il suo esame e non risulti palesemente sorretta da falsità.

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