La querelle sulla diga di Genova comprova quanto dannosi siano i principi superficialmente enunciati dal codice dei contratti

La comprova della superficialità con la quale il d.lgs 36/2023 enunci i principi di “risultato”, “fiducia” e “tempestività” sta tutta nell’attacco che il presidente della regione Liguria ha rivolto all’Anac, che ha evidenziato moltissimi problemi connessi all’opera.

Afferma il presidente regionale:

  1. “se si ritiene che nell’appalto della diga di Genova qualche servitore dello Stato sia stato corrotto, va individuato e punito, se invece riteniamo che qualcuno, degli stessi servitori dello Stato, abbia applicato delle regole più semplici e veloci per arrivare alla realizzazione dell’opera va altrettanto scovato, con eguale determinazione, e premiato. Non certamente redarguito da un’Autorità anticorruzione, di cui non capisco il nome, se non c’è stato francamente un corrotto. Tra coloro che applaudono ai bizantinismi, che propugnano le regole delle pratiche formalmente e ineccepibilmente eseguite ma con l’opera non fatta e quanti chiedono una pratica più corta e l’opera fatta, io tiferò sempre per chi vuol costruire l’opera, non per chi accumula carta sulla scrivania”;
  2. se “qualche pubblico funzionario ha scelto la via più breve, rispetto ai cavilli burocratici che avrebbero rallentato, o addirittura impedito, la diga, allora va premiato e dovrebbe avere la gratitudine di tutti. La mia Liguria è la Liguria che applaude la diga, non gli esposti sulla diga. La mia Liguria combatterà sempre l’ipocrita forma, a discapito della sostanza”.

E’, ormai, passato definitivamente il messaggio che l’applicazione corretta delle regole sia un bizantinismo e che è bravo e da premiare chi cerca scorciatoie, sicchè, simmetricamente, sarebbe da punire chi si limita alla “forma”.

Gli appalti pubblici si sono fermati a Genova. A quel presunto “modello”, che non è modello di nulla: è stato un insieme di deroghe a tutto, persino a certe regole del codice penale, e di solidarietà (progetti regalati e astensione di concorrenti rispetto alla proposta dell’unico operatore economico lasciato poi a negoziare), del tutto peculiare.

Invece, nell’ormai sempre più decadente sistema, si pretende che la deroga divenga regola e che la regola sia solo un fastidio. Il “modello” dovrebbe essere sempre e solo il commissario, l’individuazione del contraente sempre e solo frutto di un affidamento fiduciario.

Sì, perchè occorre “fare presto”, e affidarsi alla “fiducia”, così da garantire il “risultato”. E commissari e dirigenti non siano bizantini: abbiano il “coraggio” di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, tanto ci sono scudi erariali e comunque la funzione del dirigente è anche quella di accollarsi responsabilità penali.

Che tutto questo, poi, leda la concorrenza, crei rischi di conflitti di interesse, metta in pericolo la corretta spesa pubblica pare non interessare.

Era il caso di scrivere le norme di un codice così importante traducendo l’eco delle sirene del politichese?

E chi ha redatto il testo del codice sembra sia stato attratto esattamente dalle stesse sirene che paiono aver ispirato le dichiarazioni del presidente della regione Liguria, fornendo un viatico ad interpretazioni che ovviamente estremizzano i principi così avventatamente introdotti e disciplinati, giungendo alla loro totale distorsione.

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