La revocatoria contro “l’abbaglio dei sensi” del Consiglio di Stato

La VI Sezione del Consiglio di Stato con sentenza n.2314 dell’11 marzo 2024 è intervenuta in merito alla possibilità di promuovere azione revocatoria nei confronti di una pronuncia del Giudice d’Appello, (quindi definitiva), laddove tuttavia emergano delle profonde incongruenze tra accertamento dei fatti, documentazione prodotta e motivazione della decisione assunta. In altri termini seppur sia fortemente circoscritta la casistica delle fattispecie che possono essere oggetto di azione revocatoria è bene indagare la portata delle anomalie emerse nel giudizio e se le stesse siano tali da inficiare la stessa formazione del giudicato per una erronea comprensione della documentazione posta alla base della decisione. In questo caso il Consiglio di Stato parla di vero e proprio “abbaglio dei sensi”, cioè di una erronea comprensione dei dati di fatto oggettivi. Al di là della questione di merito affrontata dal Collegio è interessante ripercorrere e analizzare gli elementi che vengono posti in evidenza per valutare la sussistenza o meno delle condizioni per promuovere l’azione revocatoria. Come illustra la VI Sezione infatti «la giurisprudenza amministrativa ha chiarito quali sono i presupposti perché possa rinvenirsi l’errore di fatto “revocatorio”, distinguendolo dall’errore di diritto che, come tale, non dà luogo ad esito positivo della fase rescindente del giudizio di revocazione». Sul punto il collegio cita un’ampia giurisprudenza, anche molto recente, tra cui si segnalano: Cgars, n. 406 del 29 marzo 2022; Cgars n. 923 del 6 agosto 2021 e, del Consiglio di Stato, Cons. Stato, 5 gennaio 2024, n. 198; VI, 3 luglio 2023, n. 6422; III, 5 giugno 2023, n. 5477; VI, n. 3321 del 26 aprile 2021; IV, 29 ottobre 2020, n. 6621; IV, 11 maggio 2020, n. 2952; IV, 27 marzo 2019, n. 2024; IV, 6 dicembre 2018, n. 6914; IV, 7 novembre 2018, n. 6280.

Come sottolinea il Consiglio di Stato occorre innanzitutto considerare che «l’istituto della revocazione è un rimedio eccezionale, che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio, per cui, come d’altra parte sancito dalla stessa lettera dell’art. 395, quarto comma, c.p.c., non sussiste il vizio revocatorio se la dedotta erronea percezione degli atti di causa – che si sostanzia nella supposizione dell’esistenza di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, ovvero nella supposizione dell’inesistenza di un fatto, la cui verità è positivamente stabilita – ha costituito un punto controverso e, comunque, ha formato oggetto di decisione nella sentenza revocanda, ossia è il frutto dell’apprezzamento, della valutazione e dell’interpretazione delle risultanze processuali da parte del giudice». Ne consegue che l’ambito di applicazione è estremamente circoscritto e non può essere interpretato né in maniera analogica né estensiva. Non si può procedere quindi per “errori di diritto”, seppur gravi, ma solo per “errori di fatto” tali da costituire, come detto, un oggettivo “abbaglio dei sensi”. Nello specifico «sono vizi logici e quindi errori di diritto quelli consistenti nella dedotta erronea interpretazione e valutazione dei fatti o nel mancato approfondimento di una circostanza risolutiva ai fini della decisione (ex multis: Cons. Stato, VI, 5 gennaio 2024, n. 198; Cons. Stato, III, 3 maggio 2021, n. 3471; Cons. Stato, IV, 26 febbraio 2021, n. 1644; Cons. Stato, IV, 29 ottobre 2020, n. 6621; Cons. Stato, IV, 12 maggio 2020, n. 2977; Cons. Stato, III, 24 ottobre 2018, n. 6061; Cons. Stato, IV, 12 settembre 2018, n. 5347; Cons. Stato, IV, 4 gennaio 2018, n. 35; Cons. Stato, V, 21 ottobre 2010, n. 7599)» mentre l’errore di fatto revocatorio emerge esclusivamente nel caso in cui «si determina un contrasto tra due diverse proiezioni dello stesso oggetto, l’una emergente dalla sentenza e l’altra risultante dagli atti e documenti di causa». In altri termini «l’errore di fatto, idoneo a costituire il vizio revocatorio previsto dall’art. 395 n. 4 c.p.c., deve consistere in un travisamento di fatto costitutivo di “quell’abbaglio dei sensi” che cade su un punto decisivo, ma non espressamente controverso della causa». Come descrive in maniera analitica la sentenza «l’errore di fatto – idoneo a fondare la domanda di revocazione, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 106 del c.p.a. e 395 n. 4 del c.p.c. – deve rispondere a tre requisiti: a) derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto fattuale, ritenendo così esistente un fatto documentale escluso, ovvero inesistente un fatto documentale provato; b) attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia stessa». Errata percezione, elemento non controverso e carattere decisivo ai fini della decisione: ecco i tre elementi che devono tutti sussistere nel caso di azione revocatoria; evidente che le maglie siano così estremamente strette e soprattutto che il paracadute giuridico a una sentenza sbagliata rischi di essere aperto mai o quasi mai…

Non basta, c’è anche un quarto elemento che deve suffragare i primi tre: «l’errore deve apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche». In altri termini un vero e proprio “abbaglio” chiaro, evidente e incontestabile anche da parte di chi lo ha commesso…

Nel concludere le proprie argomentazioni il Consiglio di Stato precisa ancora che sebbene il rimedio revocatorio per errore di fatto possa risultare utilizzabile anche a fronte di un’omessa pronuncia su domande o eccezioni costituenti il thema decidendum, «tale condizione, tuttavia, perché possa ritenersi sussistente la fattispecie, deve conseguire all’esame della motivazione della sentenza nel suo complesso, senza privilegiare gli aspetti formali, cosicché essa è riferibile soltanto all’ipotesi in cui risulti non essere stato esaminato il punto controverso e non a quella in cui, al contrario, la decisione sul motivo d’impugnazione risulti implicitamente da un’affermazione decisoria di segno contrario ed incompatibile (cfr., sul punto, Cons. Stato, IV, 29 ottobre 2020, n. 6221; Cons. Stato, Sez. IV, 9 gennaio 2020 n. 225)». In altri termini, a blindare la pronuncia viziata soccorre l’ennesima condizione di procedibilità ai sensi del combinato disposto degli artt. 106 c.p.a. e 395, comma 1, n. 4, c.p.c., ossia che «l’errore sia configurabile nell’attività preliminare del giudice, relativa alla lettura e alla percezione degli atti acquisiti al processo, quanto alla loro esistenza ed al loro significato letterale, ma non può coinvolgere la successiva attività di ragionamento, di apprezzamento, di interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni, ai fini della formazione del suo convincimento, che può prefigurare esclusivamente un errore di giudizio (cfr. Cons. Stato, V, 2840 dell’8 aprile 2021, che richiama un’ampia giurisprudenza)». Trovare le condizioni per poter attivare una azione revocatoria è quasi più complicato trovare un ago in un pagliaio, ma forse l’intento della VI Sezione era proprio questo…

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