La riforma fiscale azzoppa gli enti locali? 

L’impatto dei primi due decreti attuativi (dlgs 219/2023 e 220/2023) della delega fiscale (l 111/2023) sugli enti locali è al centro di profonde preoccupazioni.

Nei giorni scorsi l’Ifel ha diffuso una prima nota di approfondimento evidenziando  i rischi di appesantimento procedurale e anche di aumento dei costi di gestione, che impongono una rivisitazione complessiva dei processi fin qui adottati nel senso del più deciso orientamento dell’azione di controllo fiscale all’incremento dell’adesione spontanea alla riscossione, sia nella fase delle scadenze di pagamento ordinarie, sia nel corso del processo di accertamento, valorizzando gli obblighi di maggior tutela dei contribuenti che promanano dalle nuove norme dello Statuto del contribuente in termini di miglioramento del rapporto tributario e di maggiore tasso di riscossione precedente all’avvio della fase coattiva o del contenzioso.

Al contempo, anche sulla base degli ulteriori interventi attuativi della delega fiscale attesi per le prossime settimane, in particolare quelli riguardanti i tributi locali, la riscossione e l’accertamento, è quanto mai necessario assicurare una efficace traduzione attuativa dei criteri di rafforzamento delle capacità di controllo e di snellimento degli strumenti di supporto alla riscossione coattiva, la cui funzione deterrente è altrettanto essenziale per pervenire ad un assetto della gestione della riscossione più incisivo e aderente alle esigenze della fiscalità locale.

Il messaggio è pienamente condivisibile, anche se non è detto che lo sforzo sia vano. Occorre però evitare di pensare che questa riforma (che prevede ulteriori tasselli attuativi, primo fra tutto quello sulle procedure di riscossione) non interessi il mondo della pa locale o sia in questo ambito autoapplicativa.

Il novellato art. 1 dello Statuto, del resto, dispone, al comma 3, che gli enti regolano la materia secondo i principi stabiliti dalla legge. Il successivo comma 3-bis prevede che le nuove disposizioni valgono come principi per gli enti locali, che adeguano gli ordinamenti. Infine, il comma 3-ter precisa che gli enti locali non possono stabilire garanzie inferiori a quelle assicurate dalle disposizioni di cui al comma 3-bis.

In questo quadro, ogni ente è chiamato ad una attenta verifica dei propri regolamenti, in particolare per quanto riguarda le norme su contraddittorio, tutela dell’affidamento, ne bis in idem, proporzionalità e autotutela.

Ad esempio, il nuovo art. 6-bis del dlgs 219 stabilisce che tutti gli atti autonomamente impugnabili dinnanzi agli organi della giustizia tributaria devono essere preceduti obbligatoriamente da un contraddittorio con il contribuente che sia informato ed effettivo. Restano esclusi, in base al comma 2, gli atti automatizzati, quelli sostanzialmente automatizzati, di pronta liquidazione e di controllo formale delle dichiarazioni, nonché i casi in cui vi sia un fondato pericolo per la riscossione.

È evidente che tali previsioni andranno recepite adattandole alle peculiarità dei tributi locali, che non è detto siano inclusi nell’emanando decreto attuativo del ministero dell’economia e delle finanze. Il rischio è che ciò, senza gli opportuni adattamenti,  possa comportare un rallentamento dell’attività accertativa e un appesantimento degli adempimenti a carico degli uffici tributari.

Analoghe considerazioni valgono per la disciplina dell’autotutela, sia obbligatoria (art. 10-quater) che facoltativa (art. 10-quinquies), mentre sembra essere venuto meno l’obbligo di disciplinare l’interpello. Dovrà essere cura dei funzionari responsabili dei singoli tributi analizzare le novità e recepirle prontamente. 

Certamente, la riforma presenta infatti il consueto vizio di fabbrica di essere pensata e scritta da, con e per l’amministrazione finanziaria, per cui non è pensabile che possa essere innestata tout court nel mondo – diverso, complesso ed eterogeneo – della fiscalità locale.

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