Legge di bilancio: ben vengano i poteri sostitutivi dello Stato contro le inefficienze dei comuni nei servizi sociali

Il commissariamento dei comuni non in grado di assicurare i livelli essenziali delle prestazioni dei servizi sociali è una misura che lede l’autonomia loro riconosciuta dalla Costituzione?

La risposta è negativa: nessuna lesione. Sono, al contrario, i comuni ad incidere negativamente sulle persone, specie quelle fragili, nel fallire gli obiettivi della funzione forse più importante attribuita alla loro competenza, quella dei servizi sociali. E finalmente si interviene per rimediare a queste inefficienze.

Andiamo con ordine. I servizi sociali, meglio la progettazione e gestione del sistema locale dei servizi sociali ed erogazione delle relative prestazioni ai cittadini, secondo quanto previsto dall’articolo 118, quarto comma, della Costituzione, sono una delle funzioni fondamentali dei comuni. Quindi, si tratta di una funzione essenziale per la ragione stessa dell’esistenza di tali enti locali, di importanza rilevantissima. Il comune è l’ente esponenziale della comunità amministrata ed, in quanto l’ente maggiormente ad essa vicino, è chiamato a gestire le funzioni e le attività necessarie alla cura dei servizi alla persona e, in particolare, nei riguardi di chi abbia particolari fragilità, allo scopo di assisterla e creare le condizioni per l’esercizio dei diritti alla persona, in modo che non siano compromessi dalla situazione contingente e, ancora, con l’obiettivo di giungere ad un’evoluzione dello status.

Nonostante l’importanza rilevantissima dei servizi sociali nella configurazione delle funzioni comunali è un fatto ed è una storia che i comuni, purtroppo, si sono segnalati nella gran parte dei casi per trattare tali servizi come una vera e propria cenerentola.

Chiunque analizzi la gestione concreta dei comuni, sa bene che la progettazione della cura delle persone è regolarmente messa in secondo piano rispetto ad opere pubbliche anche discutibili, alla spesa per contributi ad enti ed associazioni che si segnalano sostanzialmente solo per l’enunciato voto alla maggioranza di turno, alla spesa per contributi a sagre e manifestazioni sovente di spessore piuttosto basso ma ritenute ad alta “visibilità”, alla gestione ondivaga e incoerente della programmazione urbanistica ed edilizia, all’erogazione a piene mani di deroghe ed esenzioni per tributi, occupazioni di suolo pubblico, utilizzo di locali e così via.

Non si tratta di dipingere un quadro generico e grottesco. L’inefficienza dei comuni nella gestione dei servizi sociali è certificata dai comuni stessi: da sempre preoccupati di assumere figure inutili e costose come direttori generali o capi di gabinetti, o di acquisire dirigenti a contratto ai sensi dell’articolo 110, o di effettuare imbarcate di stabilizzazioni o di estendere all’inverosimile progressioni verticali e continuare a tenere al lavoro personale in quiescenza, i comuni hanno sempre tenuto ampiamente sotto dotati e al di sotto della soglia della minima efficienza gli uffici dei servizi sociali.

Gli addetti, in particolare gli assistenti sociali, sono da sempre pochissimi e dotati di pochi mezzi, strumenti e finanziamenti. Si dà enfasi estrema a misure organizzative o di programmazione (istituzione di convenzioni, di autorità di ambito variamente configurate, piani di zona), ma si lasciano poi gli uffici desertificati. E’ diffusissima la pessima prassi di avvalersi di personale in convenzione a pochissime ore raccattato qui e là, tra scavalchi d’eccedenza e condivisi, oppure l’attivazione di vere e proprie interposizioni illecite di manodopera, acquisendo da cooperative sociali le prestazioni lavorative di assistenti sociali.

Queste inefficienze i cittadini le conoscono, le subiscono sulla propria pelle. E non sfuggono anche al Legislatore, che le ha a sua volta evidenziate con la legge 178/2020 e il suo articolo 1, comma 797 e seguenti, posto ad assegnare ai comuni robustissimi contributi per provare a spingerli finalmente a ragionare in termini di bacino di utenza e livello essenziale delle prestazioni, commisurando il numero degli assistenti sociali agli abitanti, puntando a raggiungere il rapporto 1 a 4.000. Una chimera.

Ma, ci voleva il finanziamento dello Stato perché i comuni assumessero una dotazione minimamente efficiente di assistenti sociali?

Nonostante, infatti, il finanziamento (certo, caratterizzato da complicate procedure di trasferimento e gestione dei fondi, oltre che dalla necessità di seguire le modalità concorsuali per le assunzioni, ancor più complesse se i servizi sono gestiti da soggetti intercomunali), il “potenziamento” dei servizi sociali resta piuttosto un desiderio. Proprio mentre il Legislatore carica da ormai diverso tempo i comuni di fondamentali attività per il welfare: per esempio, dal Rei al Reddito di Cittadinanza passando, oggi, per l’Assegno di inclusione.

Ma, da sempre i comuni avrebbero dovuto provare a tutelare le famiglie ed i minori, consentendo la fruizione di servizi di crescita e di cura ed evoluzione degli apprendimenti, e soprattutto di sostegno ai genitori lavoratori, realizzando asili nido, scuole materne, servizi di assistenza scolastica e familiare. Anch’essi una chimera o una mosca bianca.

La carenza di asili nido è gravissima e cronica e costituisce una delle cause principali del problema dell’accesso delle donne al mercato del lavoro.

La propaganda del finanziamento degli asili nido è stata una delle cause giustificatrici della più disastrosa riforma degli ultimi anni, quella delle province: lo scriteriato “dagli alle province” è stato sempre spiegato con la necessità di utilizzare i “risparmi” per costruire “1000 asili nido”. Risultato? Ovviamente praticamente zero. Non solo: alle province vennero sottratte risorse e personale, che era addetto ad assicurare ai minori disabili frequentanti le scuole ed i centri di formazione professionale il trasporto verso le sedi scolastiche; un servizio gestito anche in via suppletiva, al posto dei comuni che si sono per decenni ostinatamente rifiutati di assicurare detto servizio ai propri residenti. Un disastro nel disastro, che ha lasciato, specie i primi tempi della devastazione delle province, le famiglie interessate letteralmente allo sbando.

Un quadro, quindi, oggettivamente disarmante, al quale cerca di rispondere i Pnrr (ma i comuni sono molto impegnati a ristrutturare stadi di calcio, più che a costruire asili nido) e del quale si intende fare carico il disegno di legge di bilancio, che prova ad attuare quanto indicato dalla Corte costituzionale, che con la sentenza 71/2023 ha assestato un altro bel ceffone sia ai comuni renitenti alla corretta gestione dei servizi sociali, sia allo Stato, ideatore di un sistema di potenziamento alquanto paradossale.

La Consulta ha per l’ennesima volta indirettamente confermato le inefficienze ed insufficienze della gestione dei servizi sociali dei comuni, così lontana da livelli essenziali delle prestazioni. Al contempo ha evidenziato allo Stato l’assurdità di una normativa volta ad attribuire ai comuni fondi destinati ai servizi, ma da restituire se non spesi nel rispetto di specifici vincoli ed obiettivi, per altro violando l’articolo 120 della Costituzione.

La manovra economica cerca di rimediare: un buon intento, perseguito tuttavia, come sempre, con mezzi non certo persuasivi, creando nuovi ed ulteriori fondi tali da accentuare ulteriormente la follia gestionale della finanza locale, ormai un covo di rovi normativi inestricabile, tra fondi, principi contabili, bilanci tecnici e centinaia di adempimenti semplicemente da considerare coronamento della regina burocrazia.

Sta di fatto, comunque, che la manovra assegnerà ai comuni una dotazione inizialmente di 858.923.000 euro nel 2025 da destinare, non a caso, alla gestione dei servizi sociali, alla costruzione degli asili nido e al trasporto scolastico degli studenti con disabilità; la dotazione crescerà nel tempo, passando a 1.069.923.000 nel 2026, 1.808.923.000 euro nel 2027 e 1.876.923.000 euro nel 2028.

Ma, se gli enti non spenderanno le risorse, non vi sarà più l’obbligo di restituirle, bensì sarà lo Stato a commissariarli, per attivare una gestione volta a conseguire effettivamente i livelli essenziali delle prestazioni.

Allora, torniamo alla domanda: si lede l’autonomia locale? No. Non sul piano finanziario: le risorse erogate dallo Stato ai comuni (si può storcere la bocca sul vincolo di destinazione) restano ai comuni. Non sul piano ordinamentale: l’articolo 120, comma 2, della Costituzione dispone che “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione”.

Di prese d’atto e certificazioni dell’inefficienza dei comuni nella gestione dei servizi sociali non sembra ne occorrano ulteriori. Si tratta adesso di passare all’azione. Il commissariamento e l’esercizio di poteri sostitutivi non può che essere considerato il benvenuto, se serve finalmente a far comprendere ai comuni le reali priorità. Certo, a condizione che l’esercizio di detti poteri sia efficiente e non caratterizzato da controproducente politicizzazione.

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Un commento

  • Matteo Barbero

    Non vedo l’ora di godermi lo spettacolo dei commissari prefettizi impegnati a spendere meravigliosamente i 3.700 euro per creare un posto aggiuntivo di asilo nido in un comune dove il nido non esiste e circondato da altri enti che non hanno un nido.

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