Pubblicazioni all’albo pretorio anche oltre il termine di 15 giorni. La Cassazione svela l’assurdità delle norme su privacy e trasparenza.

L’ordinanza della Cassazione civile 3 ottobre 2023, n, 29438 consente una boccata di sana aria in un contesto avvelenato ed inquinato come quello della Pubblica Amministrazione, in particolare nell’ambito della trasparenza e della privacy.

La Cassazione afferma (in realtà, conferma) la natura non perentoria del termine di 15 giorni di pubblicazione degli atti all’albo pretorio, stabilendo che non lede la privacy una pubblicazione per un tempo maggiore.

La giusta tutela della riservatezza è intossicata da una normativa di estrema complessità e farraginosità, nella quale accanto a principi e suggerimenti abbondano, sovrabbondano e pesano una quantità di adempimenti e scadenze tali da imprigionare ogni azione ed attività ed esporre continuamente le PA e i loro funzionari a sanzioni di ogni genere, che per altro il Garante non manca mai di comminare con instancabile solerzia.

Dall’altro lato, però, si impongono altrettanto giusti principi e doveri in materia di trasparenza: tutto deve essere pubblicato, tutto deve essere conoscibile, mentre nello stesso tempo si afferma che non tutto può essere pubblicato e conoscibile, senza mai una chiara determinazione dei confini.

Uno tra gli strumenti di bilanciamento tra le opposte esigenze, così mal conciliate dalle norme, è la fissazione di termini di pubblicazione.

L’albo pretorio informatico è da anni, invece che un’opportunità di progresso e sviluppo delle tecnologie, un problema. Sull’albo pretorio si sono riversate attenzioni giurisprudenziali degne di migliori fini in merito ai contenuti da pubblicare, come pubblicarli, chi debba pubblicarli, per quanto tempo, entro quali scadenze si debba garantire l’eliminazione della pubblicazione, quali rapporti intercorrono con la sezione Amministrazione Trasparente.

Se in Italia operasse davvero il tanto celebrato, ma inesistente, Freedom of Information Act, simili assurdità giuridiche ed operative non sarebbero nemmeno pensabili e l’albo pretorio altro non sarebbe che quel luogo virtuale di pubblicazione degli atti soggetti sia a pubblicità obbligatoria ai fini del conferimento dell’esecutività ai provvedimenti, sia di pubblicità connessa agli obblighi di trasparenza fissati dalla legge, senza che soggetti di natura esterna agli enti, dalle authority ai giudici, potessere ingerirsi minimamente sulle decisioni, a meno di una violazione effettiva e palese della normativa sulla riservatezza dei dati (sperando che prima o poi qualcuno prenda atto che il nome ed il cognome sono atti personali, vero, ma che non si possono certo omettere per graduatorie, sanzioni, concessioni e atti da riferire necessariamente a precisi destinatari).

L’ordinanza della Cassazione, facendo larvatamente intendere che il Garante nel caso di specie ha agito con miopia e pregiudizio, ricorda: “gli elementi rilevanti sono il fondamento legislativo del potere di pubblicazione, la necessità della pubblicazione per perseguire il fine istituzionale dell’ente, il carattere non perentorio del termine ex art. 124 d.lgs. 267/2000”. E, prima ancora, richiama la propria sentenza 20615/2016 con cui si è “osservato che la pubblicazione e la divulgazione di atti che determinino una diffusione di dati personali deve ritenersi lecita qualora prevista da una norma di legge o di regolamento, quindi per le finalità istituzionali dell’ente – mentre non ha carattere perentorio il termine previsto dall’art. 124 d.lgs. 267/2000 («Tutte le deliberazioni del comune e della provincia sono pubblicate mediante pubblicazione all’albo pretorio, nella sede dell’ente, per quindici giorni consecutivi, salvo specifiche disposizioni di legge»). Ad abundantiam, a sostegno del carattere non perentorio del termine, Cass. 20615/2016 richiama il termine di cinque anni di durata della pubblicazione, previsto dall’art. 8 d.lgs. 33/2013, di riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”.

La Cassazione, dunque, da anni prova in quell’opera di composizione tra le varie norme in conflitto. Composizione che il Garante mostra di non ritenere necessaria.

L’ordinanza dà respiro e fiato ai comuni, i quali potranno finalmente considerarsi non obbligati a sprecare risorse di personale, da impiegare a verificare se e quando scadano gli atti pubblicati, per cancellarli. Ed espone meno gli enti dalla pioggia costante ed irrefrenabile delle richieste di “cancellazione di dati” che non c’è nessun motivo di cancellare.

Resta, tuttavia, lo smacco di una legislazione davvero assurda, fonte solo di contenziosi continui. Un ordinamento maturo e compiuto non dovrebbe accettare oltre la qualità pessima della normativa sul diritto alla riservatezza e sulla simmetrica trasparenza.

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5 commenti

  • Enrico

    Non sono d’accordo perché i giudici della stessa cassazione si sono espressi sullo stesso tema con un pensiero diverso.
    Da qui ne scaturisce un contrasto giurisprudenziale che genera unicamente confusione.

    • Luigi Oliveri

      Per fortuna i giudici hanno modo di modificare le proprie decisioni ed anche la Cassazione. Il contrasto e la confusione sono risolti in base alla più recente indicazione nomofilattica.

      • Enrico

        Infatti in tale circostanza le sezioni semplici della Cassazione hanno già deciso in senso difforme.

        Mi auguro che le Sezioni Unite della Cassazione possano dirimere tale conflitto giurisprudenziale per dipanare tale confusione.

  • Enrico

    La Cassazione sembra aver commesso lo stesso errore contenuto nella ordinanza Cass. 20615/2016. Parrebbe che anche stavolta i giudici non abbiano letto le “Linee guida in materia di trattamento di dati personali, contenuti anche in atti e documenti amministrativi, effettuato per finalità di pubblicità e trasparenza sul web da soggetti pubblici e da altri enti obbligati” , pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 134 del 12 giugno 2014″, nella parte seconda, par 3: “…la permanenza nel web di dati personali contenuti nelle deliberazioni degli enti locali oltre il termine di quindici giorni, previsto dall’art. 124 del citato d. lgs. n. 267/2000, può integrare una violazione del suddetto art. 19, comma 3, del Codice, laddove non esista un diverso parametro legislativo o regolamentare che preveda la relativa diffusione . Nell’ipotesi in cui, invece, la normativa di riferimento non indichi la durata temporale dell’affissione all’albo, l’amministrazione deve comunque individuare un congruo periodo di tempo – non superiore al periodo ritenuto, caso per caso, necessario al raggiungimento dello scopo per il quale l’atto è stato adottato e i dati stessi sono stati resi pubblici – entro il quale i dati personali devono rimanere disponibili. Per i motivi esposti nell'”Introduzione” e nel par. 1 della parte prima delle presenti Linee guida alle pubblicazioni nell’albo pretorio online non si applica l’arco temporale dei cinque anni previsto per la pubblicità di dati e informazioni sui siti web istituzionali per finalità di trasparenza di cui all’art. 8 del d. lgs. n. 33/2013.
    Nell’ordinanza in questione invece contrariamente a quanto stabilito dalla normativa allora in vigore, viene richiamato il termine di cinque anni di durata della pubblicazione, previsto dall’art. 8 d.lgs. 33/2013, in contrasto con quanto fatto pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale dal Garante con le Linee Guida. “Pertanto – una volta trascorso il periodo di pubblicazione previsto dalle singole discipline di riferimento oppure, in mancanza, decorso il periodo di tempo individuato dalla stessa amministrazione – se gli enti locali vogliono continuare a mantenere nel proprio sito web istituzionale gli atti e i documenti pubblicati, ad esempio nelle sezioni dedicate agli archivi degli atti e/o della normativa dell’ente, devono apportare gli opportuni accorgimenti per la tutela dei dati personali. In tali casi, quindi, è necessario provvedere a oscurare nella documentazione pubblicata i dati e le informazioni idonei a identificare, anche in maniera indiretta, i soggetti interessati.”
    Pare anche paradossale il fatto citato nell’ordinanza che Il Comune affermi di non essere né titolare né di gestire il sito web legato all’albo pretorio.
    E’ palese che sia nelle delibere che nelle determine esiste una figura di responsabile della pubblicazione ed una di responsabile del procedimento.
    Inoltre in base alla normativa allora vigente doveva certamente esistere sia un titolare che un responsabile del trattamento dei dati personali.
    L’ordinanza citata infine è pure in contrasto con altre ordinanze della stessa Cassazione in materia di tutela dei dati personali in relazione all’albo pretorio on line, vedasi per esempio ordinanza Cass. 18292/2020.

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