Il caso più clamoroso e paradossale è stato quello – sollevato dalla Corte dei conti Emilia Romagna – del comune di Marzabotto, che stava per essere mandato in pre-dissesto dal Ministero dell’Interno a causa del ritardato versamento di contributi Pnrr da parte dello stesso Viminale. Ma il problema è assai più generalizzato e riguarda non solo le amministrazioni centrali, poichè coinvolge anche alcune regioni.
Il pagamento delle spettanze dovrebbe avvenire entro 30 giorni, come dispone l’art. 44 (Tempi di erogazione dei trasferimenti fra pubbliche amministrazioni) del DL 66/2014, fra l’altro recentemente modificato (prima il termine era di 60 giorni).
È interessante leggere l’incipit della norma, che recita: “Al fine di agevolare il rispetto dei tempi di pagamento di cui al decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, i trasferimenti fra amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, con esclusione delle risorse destinate al finanziamento del Servizio sanitario nazionale e delle risorse spettanti alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e Bolzano in applicazione dei rispettivi ordinamenti finanziari, sono erogati entro trenta giorni dalla definizione delle condizioni per l’erogazione ovvero entro sessanta giorni dalla comunicazione al beneficiario della spettanza dell’erogazione stessa. Per i trasferimenti per i quali le condizioni per la erogazione sono stabilite a regime, il termine di trenta giorni decorre dalla definizione dei provvedimenti autorizzativi necessari per lo svolgimento dell’attività ordinaria”.
È chiaro a tutti che per un ente locale può essere difficile se non impossibile pagare le fatture a 30 giorni, se i trasferimenti di cui è beneficiario vengono erogati a babbo morto. Eppure la questione sembra non interessare a nessuno. L’attenzione è spasmodica sul primo tema (perché ce lo chiede l’Europa); nulla sul secondo, bypassando completamente il rapporto causa-effetto scolpito nella disposizione citata.
Il problema è ignorato dal Mef, che pare ormai avere rinunciato anche a persuadere gli altri ministeri a pagare a 30 giorni almeno il Pnrr, malgrado i tanti tentativi di rendere efficiente il relativo circuito finanziario.
Lo ignorano in particolare le Ragionerie territoriali dello Stato, leste invece a segnalare in modo massivo ogni minimo scostamento negli indici di tempestività dei pagamenti commerciali.
Lo ignora la Corte dei conti, che pure nei questionari chiede una messe di dati ma non ha finora indagato sui tempi, spesso biblici, di pagamenti dei contributi.
Ne sono ben consapevoli solo i dirigenti e responsabili degli enti locali, terminali di copiosi trasferimenti che spesso hanno una lunga gestazione di competenza prima di trasformarsi in cassa. Per loro, addirittura, si prevede una decurtazione del salario accessorio in caso di mancato rispetto, dei tempi, senza attenuanti. Ma anzi, con l’aggravante di dover spiegare perché fanno ricorso all’anticipazione di tesoreria. Già, chissà perchè?
Cosa aggiungere alle correttissime parole di Matteo Barbero? Il ritardo dell’erogazione dei trasferimenti dallo Stato ai comuni e alle regioni è un problema di lunghissima data, mai risolto (ma, anche le regioni, quando sono loro titolari dei trasferimenti agli enti locali non mancano di ritardare alquanto).
Nonostante l’articolo 114, comma 1, della Costituzione ponga il principio di equiordinazione tra i vari enti che compongono la Repubblica, nonostante l’esercizio delle funzioni amministrative spetti in via principale ai comuni (e, nell’ordine, a province/città metropolitane, regioni e Stato), in base al principio di sussidiarietà verticale, lo Stato agisce ancora come fosse un “superiore”, il vertice gerarchico che pone le regole per gli altri, ma le vìola allegramente per sè, poichè i pochi e poco efficienti apparati di controllo residui funzionano solo per la vituperata “periferia”, mentre il “centro” è assolto da ogni peccato.
Così, nei ministeri e nei gangli ove si pensano e scrivono le “riforme”, si ha tempo e modo di considerare che il lavoro di chi guida le amministrazioni non sia il “risultato”, di cui, pure, tanto si parla a proposito di appalti.
No: si pensano e si scrivono norme, e si organizzano pensosi convegni, volti a configurare il dirigente come sommatoria di “management” e leadership: e giù formule viete, vetuste, superate e vuote, come la “allocazione delle risorse”, la “convergenza dei comportamenti”, il “cuore gettato oltre l’ostacolo”.
Formule propagandata da sistemi che con ogni evidenza con la gestione vera, quella nella quale si media tra politica e società, si rincorrono adempimenti, si gestisce il personale tra i mille vincoli talora assurdi della normativa speciale di diritto pubblico, si attuano in carenza di risorse e personale complicati sistemi di programmazione, si impegna la spesa, si stipulano contratti, ci si assumono responsabilità civili, amministrative e penali ogni giorno.
Quella gestione vera chiamata a combattere chi si crogiola con la leadership ma senza garantire il risultato minimo del trasferimento puntuale delle risorse, ma poi alza il ditino a bacchettare chi deve arrangiarsi in qualche modo per avviare lavori, servizi, contratti, azioni concrete.
Questo modo borbonico, inefficiente ed ipocrita di programmare, normare e controllare si prolunga da sempre. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
L.O.
