Come abbiamo già evidenziato, il decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 6 agosto 2025 non è di grande aiuto né per le amministrazioni né per le software house al fine di programmare gli interventi di adeguamento dei propri sistemi informativo ai fini del recepimento degli standard ITAS.
Esso, infatti, si limita a fissare alcuni paletti generali e a prevedere (peraltro senza indicare modalità e scadenze) da parte di ogni ente una analisi dei propri processi aventi una rilevanza contabile.
Questa due diligence non porterà a scoperte impensabili, ma da lì occorrerà partire per ragionare in termini evolutivi sull’architettura del proprio software.
Ancora una volta, occorrerà considerare che almeno per la fase immediatamente successiva a quella pilota l’accrual dovrà coesistere con la contabilità finanziaria (si spera che invece almeno la contabilità economico-patrimoniale prevista dal dlgs 118/2011 possa essere superata, limitando al 2025 l’assurdo obbligo di tenere tre sistemi diversi).
Ovviamente, la cosa più semplice da fare sarebbe quella di automatizzare i collegamenti previsti dai modelli di raccordo resi disponibili dallo stesso Mef per la fase pilota, aggiornando la matrice di correlazione attuale. Ciò sarebbe coerente con quanto richiesto dal decreto in ordine alla necessità di assicurare i necessari collegamenti fra gli eventi contabilmente rilevanti per entrambi i sistemi contabili, in modo da evitare la duplicazione delle informazioni e assicurare il rispetto del principio dell’unicità dell’imputazione, ma non con l’altra indicazione contenuta nello stesso provvedimento per cui “resta in ogni caso, escluso l’utilizzo di meccanismi di derivazione delle scritture in contabilità economico-patrimoniale da quelle in contabilità finanziaria”.
Quella indicata pare però, al momento, la strada più coerente per evitare che gli operatori siano costretti a gestire un insostenibile doppio binario. Rientra, del resto, nell’autonomia di ogni ente qualsiasi scelta al riguardo, in mancanza di indicazioni vincolanti da parte del legislatore.
Il quadro delineato decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 6 agosto 2025 porta anche ad alcune riflessioni più astratte sul tema, che si riallaccino ad una proposta che ogni tanto ha fatto capolino nel dibattito degli addetti ai lavori: perché non investire in un software pubblico unico per la gestione contabile delle pubbliche amministrazioni?
Certamente, la proposta avrebbe il pregio di evitare interpretazioni troppo personalizzate delle regole e di garantire in modo automatico quell’interoperabilità con le banche dati e i sistemi informativi dei vari organi di controllo (Mef, Corte dei conti ecc) che il decreto indentifica come obbligatoria.
Del resto, se in un sistema basato sull’armonizzazione la proposta poteva sembrare eccessiva, a fronte dell’ambizioso disegno di introdurre un sistema unico un unico sistema informativo potrebbe avere senso.
Sarebbe interessante analizzare come si sono mossi e si stanno muovendo gli altri Paesi europei al riguardo, tema su cui sarebbe utile che si esercitassero gli estensori della riforma, anziché lasciare tutto il lavoro sporco ai suoi malcapitati destinatari.
Ovviamente, un simile scenario avrebbe conseguenze potenzialmente molto impattanti sul mercato (oggi molto fiorente) delle software house private, tanto che finora solo pochissimi casi sono state rese disponibili applicazioni gratuite. Qualche volta però è accaduto, ad esempio per la predisposizione e la trasmissione degli ordinativi informatici di incasso e pagamento al Siope+.
A parere di chi scrive, però, è evidente che l’attuale contesto presenta delle evidenti carenze di approfondimento, frutto di una certa superficialità che come sempre caratterizza la fase attuativa di riforme che, se prese sul serio, hanno invece un impatto enorme sull’operatività di migliaia di enti.
