Nell’articolo pubblicato su Il Sole24Ore, Patrizia Ruffini e Elena Brunetto ricordano che, secondo la Corte dei conti, “La mancata corretta contabilizzazione del fondo pluriennale vincolato (Fpv) non può essere considerata un semplice errore materiale, ma costituisce una vera e propria irregolarità contabile” e aggiungono che “Non sorprende il principio, enunciato da anni dalla giurisprudenza contabile, ma il fatto che ancora gli enti non si siano adeguati”.
Pienamente condivisibile il primo periodo, molto meno il secondo. Dopo circa 10 anni di applicazione del dlgs 118/2011 possiamo serenamente convenire sul fatto che il fpv non rappresenta certamente un capolavoro nel panorama internazionale della contabilità (tanto che risulta applicato solo in Italia).
Si tratta di un istituto nato frettolosamente per tenere insieme il formale rispetto del principio della competenza finanziaria potenziata e l’esigenza di garantire la piena copertura delle spese pluriennali finanziate da entrate ad esigibilità immediata. Il risultato, però, è un coacervo difficilmente gestibile, anche sul piano informatico.
Esso sconta una problematica insormontabile, essendo esposto (in spesa) per missioni e programmi, mentre andrebbe spacchettato per progetti. Solo così esso potrebbe evidenziare, come nelle intenzioni di chi lo ha concepito, “la distanza temporale che intercorre tra l’acquisizione dei finanziamenti e il loro effettivo utilizzo”. Finalità che è oggi è fuori portata per tutti, anche per chi tiene perfettamente i conti. Sfido chiunque a desumere dai dati del fpv informazioni intellegibili sulle opere avviate, su quelle il cui iter è rispettoso del cronoprogramma e su quelli in ritardo.
In questo quadro, continuare ad insistere sul fpv come se fosse utile e anzi accusare gli enti di scarsa capacità di gestirlo è, a parere di chi scrive, fuori luogo.
Probabilmente avrebbe più senso pensare a come superarlo, magari tornando al precedente sistema della conservazione dei residui (che almeno hanno il pregio di essere più analitici), lasciando ad altri sistemi contabili (magari l’accrual) il compito di delineare l’effettiva dimensione debitoria di ciascuna amministrazione (che sarebbe forse gonfiata se si esponessero come passività gli impegni futuri).
Riflettiamoci, ma usciamo dalla logica di prendere per oro colato in modo acritico tutto quello che sta scritto nelle norme.
