Nuovamente in questi giorni il tema dell’accrual è tornato in auge con toni tambureggianti, come se il cambiamento fosse imminente.
In realtà, anche la rimodulazione del Pnrr ha confermato che la transizione non sarà breve e che il nuovo assetto partirà a regime non prima del 2030.
Ciò non significa naturalmente che si possa dormire fra due guanciali, ma nemmeno che vi sia un’urgenza pressante. Anche perché, come abbiamo più volte evidenziato anche su queste colonne, ci sono ancora troppe incognite di tipo operativo che dovranno essere sciolte (auspicabilmente) dall’atto legislativo atteso entro il prossimo 30 giugno.
Secondo Patrizia Ruffini e Andrea Biekar (“Accrual, fissato il nuovo calendario: entro giugno il decreto con le regole” su IlSole24Ore) si potrebbe trattare di un decreto-legge, che peraltro andrà comunque convertito. In quella sede sarà fondamentale chiarire almeno i seguenti punti:
- la fase pilota basata sul modello di raccordo si chiuderà con il rendiconto 2025?
- Dal 2026 verrà eliminata la contabilità economico-patrimoniale disciplinata dall’allegato 4/3 al D. Lgs. 118/2011?
- Chi sarà coinvolto nella fase di sperimentazione?
- Che disciplina si applicherà per piccoli comuni e unioni?
Sullo sfondo rimane il solito dubbio esistenziale di come l’accrual dovrà e potrà convivere con la finanziaria. Anche su questo l’atto legislativo dovrebbe dire qualcosa, ma siamo pronti a scommettere che non sarà così.
In questo contesto, però, è evidente che l’atteggiamento degli operatori potrà essere proattivo solo se essi avranno chiaro quale sarà lo scenario futuro.
In mancanza, il rischio che anche questa riforma venga presa sotto gamba è elevatissimo e a poco vale individuare, come fa Corrado Macini (“Accrual negli enti locali, la roadmap è delineata, ma pesa l’eredità della riforma del 2011” sempre su IlSole24Ore) la causa in una presunta renitenza del comparto dovuta alla “carenza di conoscenza delle regole contabili”. Le regole contabili, per essere comprese e applicate correttamente, devono avere un senso ben chiaro, altrimenti è fisiologico che vengano applicate male.
Proprio l’esempio, citato da Mancini, del fondo pluriennale vincolato è il più calzante, ma in senso opposto a quello che gli attribuisce l’autore. Il fpv è un istituto privo di senso, che non assolve minimamente alla funzione di rappresentazione che sulla carta l’attuale ordinamento gli attribuisce.
Prenderne atto e pensare a come modificare le regole, ascoltando chi cerca di applicarle, sarebbe un ottimo modo per provare a trovare una soluzione. E anche per far digerire bene l’accrual.
