L’annuncio dell’IGF Italia 2026, in programma a Napoli il 29 e 30 ottobre, merita una lettura che vada oltre la cronaca istituzionale. La notizia, diffusa dall’AGID e accompagnata dal webinar di presentazione del 20 aprile e dall’apertura della consultazione pubblica, segna infatti un passaggio non secondario nel percorso di costruzione della governance digitale italiana. E lo fa scegliendo, non a caso, una città simbolicamente densa di significati: Napoli, capoluogo di una regione che è oggi laboratorio di tensioni e opportunità tipiche della trasformazione digitale del Mezzogiorno, dalla sanità elettronica alla cybersicurezza dei comuni, fino alle politiche di alfabetizzazione algoritmica.
L’Internet Governance Forum, va ricordato, non è un convegno qualsiasi. Nato in seno alle Nazioni Unite come spazio multistakeholder, l’IGF rappresenta da quasi vent’anni il principale luogo globale in cui istituzioni, imprese, mondo accademico, comunità tecnica e società civile si confrontano sul futuro della Rete su un piano di pari dignità dialettica. È un modello che ha ispirato la traduzione nazionale italiana, di cui questa edizione 2026 costituisce un nuovo capitolo. La forza dell’IGF risiede precisamente in ciò che, nella narrazione mediatica ordinaria, sembra il suo limite: non produce decisioni vincolanti. Eppure è proprio in questa apparente debolezza che si annida il suo valore politico più profondo, perché obbliga gli attori a confrontarsi sulle idee anziché negoziare interessi, a costruire visioni anziché ratificare compromessi.
Il contesto in cui l’IGF Italia 2026 si inserisce è, per molti versi, irripetibile. L’Europa ha appena chiuso un ciclo regolatorio impegnativo con l’AI Act, il Data Act, il Digital Services Act e la direttiva NIS2; l’Italia ha varato la legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale, che ha completato il quadro nazionale di adattamento alle regole europee; il Digital Omnibus sta ridisegnando il perimetro applicativo del GDPR e dei suoi strumenti operativi, dalle valutazioni d’impatto fino alle nozioni stesse di trattamento e di dato personale. Discutere a Napoli, in autunno, di governance di Internet significa affrontare un tessuto normativo nuovo che non ha ancora trovato un assetto applicativo stabile e che richiede, quindi, esattamente quel tipo di confronto orizzontale e plurale che l’IGF propone come metodo.
Il punto qualificante della notizia, a mio avviso, non è tanto la data dell’evento quanto la consultazione pubblica che lo precede. Il modello partecipativo è la cifra autentica della governance multistakeholder e il fatto che il Comitato IGF Italia abbia scelto di costruire l’agenda dal basso, raccogliendo proposte e osservazioni dalla comunità, non è un dettaglio metodologico ma una scelta sostanziale. È una risposta concreta a quella sensazione, sempre più diffusa tra professionisti e operatori, di assistere a una produzione normativa eccessivamente verticale, calata da Bruxelles attraverso Roma e poi recepita dai territori senza un’autentica fase di ascolto. La consultazione sull’IGF, al contrario, costruisce un percorso inverso: chiede ai territori, ai professionisti, alle associazioni quali siano le priorità, e su queste costruisce il programma. Non si tratta di un esercizio di facciata, ma di un metodo che ha già dato prova di funzionare nelle edizioni precedenti.
I temi che, prevedibilmente, occuperanno il dibattito sono molteplici e tutti urgenti. Penso anzitutto al rapporto tra intelligenza artificiale e diritti fondamentali, che la legge 132 del 2025 affronta con una prospettiva originale rispetto al regolamento europeo, introducendo la valutazione d’impatto sui diritti fondamentali (FRIA) come passaggio obbligato per i sistemi ad alto rischio in ambito pubblico. Penso poi alla questione, ancora largamente irrisolta, della giurisdizione digitale: come si concilia un Internet sostanzialmente extraterritoriale con regimi normativi nazionali sempre più stringenti? Quale spazio resta per la sovranità digitale europea senza ricadere in tentazioni protezionistiche? Penso ancora alla cybersicurezza degli enti locali, tema che riguarda direttamente migliaia di comuni italiani e che la direttiva NIS2 ha posto al centro dell’attenzione, spesso senza un adeguato accompagnamento operativo. E penso, infine, al nodo dell’alfabetizzazione digitale, perché senza cittadini consapevoli ogni architettura regolatoria rischia di restare un esercizio di stile per pochi addetti ai lavori.
Su quest’ultimo punto vorrei spendere qualche parola in più. La governance di Internet non è un tema esoterico riservato a giuristi, ingegneri e funzionari ministeriali. È, a ben vedere, una delle questioni più democratiche del nostro tempo, perché riguarda le condizioni materiali in cui si formano l’opinione pubblica, le relazioni economiche, le decisioni amministrative, perfino le pratiche di salute e di istruzione. Ridurre l’IGF a un evento tecnico significa fraintenderne la funzione. È invece un’occasione preziosa per portare la riflessione sulla Rete fuori dai cenacoli specialistici e dentro un dibattito pubblico più ampio, che coinvolga scuole, ordini professionali, associazioni di categoria, organizzazioni del terzo settore. Da questo punto di vista, l’iniziativa di Napoli ha il pregio di offrire una piattaforma fisica e simbolica al confronto, in un momento in cui troppi temi digitali rischiano di dissolversi nella nebbia degli slogan o nelle pieghe di provvedimenti tecnici incomprensibili al cittadino comune.
Una considerazione ulteriore riguarda il ruolo del Mezzogiorno in questo processo. La scelta di Napoli non è geografica, è politica, nel senso più nobile del termine. Significa riconoscere che la trasformazione digitale del Paese non si gioca soltanto a Milano, Roma o Bruxelles, ma anche e soprattutto nei territori dove le diseguaglianze digitali sono più marcate e dove, paradossalmente, le potenzialità di innovazione sono maggiori. Le università campane, i centri di ricerca, le start-up del territorio, le pubbliche amministrazioni locali alle prese quotidianamente con la sfida della digitalizzazione hanno molto da dire e molto da imparare in un contesto come l’IGF. Auspicabilmente, la consultazione saprà raccogliere anche queste voci, che troppo spesso restano ai margini del dibattito nazionale.
Resta, naturalmente, il nodo dell’efficacia. Un IGF che produca solo dichiarazioni di principio, per quanto belle, finirebbe per tradire le aspettative che la sua stessa apertura partecipativa genera. Il banco di prova sarà, dunque, la capacità di tradurre il confronto napoletano in input concreti per i decisori, in indicazioni operative per i regolatori, in raccomandazioni utilizzabili dagli operatori. È una sfida non semplice, perché il modello multistakeholder non prevede strumenti coercitivi e affida la propria incidenza alla sola forza degli argomenti. Ma è proprio questa, in fondo, la scommessa: dimostrare che il dialogo strutturato e qualificato produce risultati migliori del comando unilaterale.
In conclusione, l’IGF Italia 2026 a Napoli si presenta come un appuntamento da non perdere per chi crede che il futuro del digitale debba essere costruito collettivamente, attraverso il confronto tra prospettive diverse e con l’umiltà di riconoscere che nessun attore, da solo, possiede tutte le risposte. Il webinar di presentazione del 20 aprile è stato il primo passo; la consultazione pubblica è la fase viva in cui ciascuno può ancora dare il proprio contributo; l’evento di ottobre sarà il momento della sintesi. Personalmente, mi auguro che la comunità dei giuristi, dei DPO, dei consulenti, dei docenti di informatica giuridica raccolga l’invito a partecipare con generosità e competenza. Perché la governance di Internet, come la libertà di cui è condizione, non si delega: si esercita.
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