Quando si discute di spazio europeo dei dati, di interoperabilità transnazionale e di portali continentali, il pensiero corre quasi istintivamente alle grandi istituzioni dell’Unione e alle amministrazioni centrali dello Stato. Si tratta, però, di una prospettiva parziale e per certi versi fuorviante, perché ignora un dato di fatto incontrovertibile: una porzione assai rilevante del patrimonio informativo pubblico nasce, vive e si rinnova quotidianamente negli uffici dei Comuni e degli enti locali. È per questo che il workshop europeo dedicato ai fornitori di dati dell’European Data Portal, che l’Agenzia per l’Italia Digitale ha ospitato il 16 e 17 giugno 2026 presso la propria sede romana di via Liszt riunendo i rappresentanti di circa venti Paesi, merita di essere letto anche — e forse soprattutto — con gli occhi delle autonomie locali.
Conviene muovere dalla cornice giuridica, che troppo spesso si dimentica gravare sulle amministrazioni di prossimità con la stessa intensità con cui vincola quelle centrali. La Direttiva (UE) 2019/1024 in materia di apertura dei dati e riutilizzo dell’informazione del settore pubblico, recepita nel nostro ordinamento attraverso la novellazione del D.Lgs. 36/2006, non conosce eccezioni dimensionali: gli obblighi di apertura e riutilizzabilità del dato si applicano al piccolo Comune montano come alla grande città metropolitana. A ciò si aggiunga il Codice dell’Amministrazione Digitale, che all’art. 50 sancisce il principio della disponibilità dei dati delle pubbliche amministrazioni, all’art. 52 disciplina l’accesso telematico e il riutilizzo, e all’art. 68, comma 3, definisce la nozione stessa di dato di tipo aperto. Sono norme che si rivolgono, indistintamente, a tutte le amministrazioni, e che pertanto fanno di ogni ente locale, a pieno titolo, un fornitore di dati nel senso evocato dal workshop romano.
Vi è di più. Una delle direttrici centrali della prima giornata dei lavori ha riguardato l’imminente obbligo di rendicontazione relativo ai dataset di elevato valore — gli High Value Datasets — in vista del secondo report formale che gli Stati membri dovranno presentare alla Commissione nel 2027. Ebbene, la categoria degli HVD, individuata in via attuativa dal Regolamento di esecuzione (UE) 2023/138, comprende ambiti tematici — geospaziale, meteorologico, statistico, ambientale, della mobilità — che intercettano in profondità le competenze delle autonomie locali. Si pensi alla cartografia tecnica comunale, ai dati anagrafici e demografici, alle informazioni sulla mobilità urbana, ai dati ambientali e a quelli relativi al governo del territorio: una mole imponente di informazioni che, sebbene il debito formale verso l’Unione gravi sullo Stato membro, è materialmente generata e custodita proprio negli enti locali. Senza il contributo dei Comuni, in altri termini, l’adempimento nazionale degli obblighi in materia di HVD sarebbe semplicemente irrealizzabile.
Non a caso il dibattito ha toccato i temi dell’allineamento tecnico, con riferimento alla specifica GeoDCAT-AP e alla revisione in corso della Direttiva INSPIRE (2007/2/CE), che istituisce l’infrastruttura per l’informazione territoriale in Europa. Per le amministrazioni locali questo non è un dettaglio per addetti ai lavori: significa che i dati territoriali prodotti dai Comuni devono essere descritti, strutturati e pubblicati secondo standard condivisi, affinché possano confluire nel Repertorio nazionale dei dati territoriali e, da lì, alimentare i cataloghi europei. È un’operazione che richiede competenza, metodo e continuità.
E qui emerge il nodo più delicato per le autonomie locali, quello su cui le sessioni pomeridiane della prima giornata si sono giustamente soffermate: la qualità dei metadati, indispensabile per automatizzare e ottimizzare i flussi di reporting verso l’Unione. Un dataset privo di una descrizione coerente e allineata agli standard comuni, come il DCAT-AP, è di fatto un dato muto, irreperibile e quindi inutilizzabile su scala più ampia. Per un grande Comune dotato di uffici informatici strutturati, presidiare la metadatazione è impegnativo ma fattibile; per un piccolo ente, privo di personale specializzato e gravato da croniche carenze di risorse, può tradursi in un ostacolo difficilmente sormontabile. Si profila, dunque, un concreto rischio di divario digitale interno, una frattura fra amministrazioni capaci di valorizzare il proprio patrimonio informativo e amministrazioni destinate, loro malgrado, a restarne ai margini. È una questione di equità territoriale che le politiche nazionali non possono ignorare e che chiama in causa, in primo luogo, la figura del Responsabile per la transizione al digitale, prevista dall’art. 17 del CAD e obbligatoria anche per gli enti locali, sovente attraverso forme associate di gestione.
Proprio in questa prospettiva acquista pieno significato la seconda giornata del workshop, dedicata all’impatto reale dei dati aperti sulla società e all’impiego degli strumenti di intelligenza artificiale all’interno dei portali nazionali. Sono stati illustrati progetti di notevole interesse — laboratori per la generazione di dati sintetici tramite IA, l’applicazione di server MCP per interrogare i cataloghi, casi d’uso volti a migliorare l’accessibilità dei portali pubblici — che dischiudono prospettive incoraggianti proprio per gli enti meno strutturati. L’intelligenza artificiale, infatti, può divenire un alleato prezioso per le amministrazioni di piccole e medie dimensioni: automatizzando la generazione e la verifica dei metadati, agevolando la pubblicazione conforme dei dataset, abbattendo la soglia di competenza specialistica oggi richiesta. In questo senso, lungi dal rappresentare una minaccia, l’IA può configurarsi come uno strumento di riequilibrio, capace di mettere il piccolo Comune nelle condizioni di adempiere ai medesimi obblighi della grande città. Naturalmente, l’impiego di tali tecnologie va governato con prudenza e nel rispetto del quadro normativo, dal Regolamento (UE) 2016/679 in materia di protezione dei dati personali al Regolamento (UE) 2024/1689, il cosiddetto AI Act, con particolare attenzione, nel caso dei dati sintetici, ai rischi residui di re-identificazione.
Va inoltre segnalato, con legittima soddisfazione, il contributo italiano illustrato dal Direttore della Direzione Innovazione e transizione digitale dell’AgID, che ha presentato Cruscotto Italia e SIMBA, strumenti pensati per potenziare l’ecosistema nazionale degli open data sfruttando le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Per gli enti locali la disponibilità di strumenti centrali di questo tipo, messi a fattor comune dall’amministrazione nazionale, rappresenta un’opportunità concreta: la possibilità di avvalersi di infrastrutture e servizi condivisi anziché doversi dotare, ciascuno per proprio conto, di soluzioni costose e di difficile manutenzione. È, in fondo, l’applicazione al dominio dei dati di quella logica di sussidiarietà e di cooperazione istituzionale che dovrebbe ispirare l’intero sistema delle autonomie.
Non sfugge, peraltro, la rilevanza che il dato aperto riveste sul piano dei valori fondanti dell’amministrazione locale. Il riutilizzo dell’informazione pubblica è, prima ancora che una questione tecnica, uno strumento di trasparenza e di accountability nei confronti della comunità amministrata, oltre che un volano per lo sviluppo economico del territorio: pensiamo alle imprese, alle startup e ai ricercatori che, a partire dai dati comunali su mobilità, ambiente o servizi, possono costruire applicazioni innovative a beneficio dei cittadini. L’apertura dei dati, in questa luce, non è un mero adempimento burocratico imposto da Bruxelles, bensì un’occasione per rinsaldare il legame fiduciario fra ente e collettività e per fare del Comune un protagonista, e non un semplice spettatore, dell’economia della conoscenza.
Resta, in conclusione, una considerazione di fondo che il workshop romano consegna in modo eloquente alle autonomie locali. Lo spazio europeo dei dati non si costruisce nei palazzi delle istituzioni continentali, ma negli uffici di migliaia di amministrazioni territoriali che, giorno dopo giorno, raccolgono, ordinano e mettono a disposizione il patrimonio informativo della collettività. Riconoscere agli enti locali questa centralità significa, però, anche sostenerli concretamente: con risorse adeguate, con percorsi formativi mirati per il personale, con il rafforzamento del ruolo del Responsabile per la transizione al digitale e con strumenti condivisi capaci di colmare il divario fra grandi e piccole realtà. È su questo terreno — quello di un’attuazione che non lasci indietro nessuno — che si misurerà la reale capacità del sistema delle autonomie di stare al passo con l’ambiziosa visione europea dei dati.
Post Views: 4