Sulla Gazzetta Ufficiale n. 156 del 6 luglio scorso è stato pubblicato il dpcm 13 giugno 2023 recante “Criteri di formazione e di riparto delle risorse del Fondo di solidarietà comunale per l’anno 2023”.
Il provvedimento ha chiuso così il suo lungo e travagliato iter, caratterizzato soprattutto dal parere negativo di Anci e Upi dovuto al mancato stanziamento delle risorse aggiuntive necessarie per sterilizzare gli effetti della perequazione orizzontale.
Eppure le cifre in gioco sono di ben altro ordine di grandezza. Il Fondo, come sempre, è suddiviso in principali due quote: la prima (a carico dello Stato) serve a compensare i mancati gettiti Imu e Tasi derivanti dalle detassazioni introdotte dalla legge di stabilità 2016 e vale 3.753.279.000 euro, mentre la seconda (alimentata dagli stessi comuni con una quota dell’Imu) ammonta a euro 2.768.800.000 e viene distribuita, appunto, seconda una logica di perequativa.
Come anticipato, il dito è stato puntato soprattutto sulla quota perequativa e sulla sua mancata integrazione per sterilizzare i mini tagli registrati da circa 3.800 comuni rispetto all’anno scorso.
La la Luna è altrove e, in particolare, in quei 3,8 miliardi di compensazioni che ormai da 8 anni vengono erogati per coprire la detassazione delle c.d. “prime case”. Si tratta di un trasferimento del tutto incompatibile con la logica sottesa all’art. 119 Cost., che imporrebbe di finanziare gli enti locali con tributi propri e compartecipazioni al gettito di tributi erariali, prevedendo un fondo perequativo “verticale” (ossia finanziato dallo Stato) per i territori con minori capacità fiscale per abitante.
Nella realtà, invece, lo Stato ha cancellato gran parte della principale imposta comunale, lasciandola sopravvivere solo su seconde case e immobili non abitativi, scardinando quel poco di federalismo fiscale introdotto da anni di (tentate) riforme.
Di fatto, quei 3,8 miliardi sono un variabile indipendente stimata e distribuita come se dal 2016 ad oggi non fosse cambiato nulla. Per rendersene conto è sufficiente leggere le poche righe che a tale quota dedica la nota metodologica elaborata dalla Commissione tecnica per i fabbisogni standard: “Con riferimento al riparto dell’accantonamento di 3.817.879.687 euro previsto dall’art. 1, comma 449 – lettere a) e b) della legge n. 232/2016 e relativo alla compensazione del minor gettito afferente le agevolazioni Imu/Tasi previste dalla legge di stabilità 2016, si confermano gli importi già erogati per l’anno 2022. Anche per l’anno 2023 sono considerate le rettifiche dei valori relativi alle stime ICI conseguenti alla sentenza del Consiglio di Stato n. 5008/2015, introdotte a regime con il riparto del FSC 2017. Per gli aspetti metodologici si rinvia alla nota riguardante il predetto fondo relativo all’anno 2017“ (enfasi aggiunta ndr).
Del resto, nel Paese che non riesce a riformare il catasto è quasi normale che più del 50% delle risorse correnti destinate ai comuni si basi su dati di quasi un decennio fa, come se nel frattempo il mondo non fosse cambiato.
Ma è tutto il congegno del fondo di solidarietà ad essere una sorta di Frankenstein, un vero mostro giuridico e finanziario dove anche la quota perequativa cozza con il dettato costituzionale, posto che è costruita in modo orizzontale, ossia con risorse dei comuni, sulle quali lo Stato fa addirittura la cresta.
Senza contare i tanti micro-correttivi che rendono il relativo riparto “lunare” anche per gli addetti ai lavori più esperti e senza dimenticare le quote vincolate per sociale, asili nido e trasporto disabili la cui incostituzionalità è già stata sancita dalla Consulta.
Per quanto anni ancora dovremo accettare lo status quo prima di mettere in cantiere una sua seria che riporti su basi logiche il finanziamento del livello di governo più vicino ai cittadini?
