La nota del Servizio studi dipartimentali della Ragioneria generale dello Stato n. 155 del 2025, disponibile sul sito www.accrual.rgs.mef.gov.it, affronta il tema della corretta valorizzazione dei beni culturali appartenenti al patrimonio pubblico.
Nel documento si sostiene a ragione che, nonostante gli importanti effetti economici e finanziari correlati al loro immenso valore storico e identitario, molti asset sono ancora esclusi dai rendiconti patrimoniali degli enti che ne hanno la titolarità, creando un vuoto informativo nei sistemi contabili pubblici.
La Nota propone, quindi, una metodologia interessante di stima, sulla base della quale si arriva a definire il valore di libro di beni di assoluta rilevanza. Ad esempio, secondo questa metodologia, l’area archeologica di Pompei varrebbe 11,7 miliardi di euro, un po’ più della Galleria degli Uffizi, che si ferma a 11,6 miliardi di euro.
Al netto della difficoltà di applicare lo stesso procedimento (basato sugli introiti che i beni sono in gradi di generare ai tanti piccoli, grandi tesori spesso dimenticati sparsi in lungo e in largo per lo Stivale, è interessante interrogarsi sull’utilità di questo dato per chi i beni culturali li ha in gestione e, in generale, per i decisori pubblici e i relativi stakeholders.
Vedere lievitare il proprio attivo patrimoniale perché si valorizza o si rettifica il valore di un bene che per definizione è inalienabile che tipo di vantaggio conferisce al gestore? Si direbbe nessuno, dal momento che quello che rileva è la capacità di quei beni di generare ricavi in grado almeno di compensare i costi di gestione.
Sul secondo piano, certamente i bilanci pubblici ne guadagneranno in trasparenza, ma chi deve investire o prestare soldi all’Italia se ne fa poco dei miliardi virtuali.
In pratica, rischiamo di scoprirci più ricchi ma senza poterne beneficiare. A meno di non fare come Totò e Peppino con la Fontana di Trevi (che tra l’altro, non prevedendo biglietto di ingresso, vale molto meno).
