Dalla frammentazione alla rete: la nuova Community degli RTD sanitari e la sfida della trasformazione digitale

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha annunciato il 24 febbraio 2026 la nascita della Community “RTD in Sanità”, uno spazio di confronto operativo dedicato ai Responsabili per la Transizione Digitale (RTD) delle organizzazioni sanitarie, alle loro strutture di supporto e, più in generale, a tutti i professionisti impegnati nei processi di innovazione digitale nel settore…

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L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha annunciato il 24 febbraio 2026 la nascita della Community “RTD in Sanità”, uno spazio di confronto operativo dedicato ai Responsabili per la Transizione Digitale (RTD) delle organizzazioni sanitarie, alle loro strutture di supporto e, più in generale, a tutti i professionisti impegnati nei processi di innovazione digitale nel settore della salute. La Community è attiva sulla piattaforma Rete Digitale del Governo italiano e rappresenta, almeno nelle intenzioni dichiarate, un tassello importante nel mosaico della digitalizzazione pubblica nazionale.
La notizia, per quanto possa sembrare a prima vista una delle tante iniziative di sistema che l’amministrazione digitale italiana produce con una certa regolarità, merita in realtà una riflessione più attenta. Non tanto e non solo per il valore intrinseco dell’iniziativa in sé, quanto per il contesto in cui essa si inserisce e per le potenzialità — ma anche per le criticità — che porta con sé. Siamo in un momento peculiare della storia della digitalizzazione pubblica italiana: l’AI Act europeo è operativo, la Legge n. 132/2025 sull’intelligenza artificiale ha ridisegnato il quadro normativo nazionale, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha iniettato risorse ingenti nel sistema sanitario anche nella componente digitale, e tuttavia la percezione diffusa tra gli addetti ai lavori è quella di un’attuazione ancora frammentata, disomogenea, spesso dipendente dalle risorse e dalle competenze dei singoli territori e delle singole strutture.
È proprio in questo contesto che va letta l’iniziativa di AgID. La figura del Responsabile per la Transizione Digitale è prevista dal Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) e costituisce, almeno sulla carta, il perno attorno al quale ruota l’intera strategia di digitalizzazione di ogni pubblica amministrazione. In ambito sanitario, tuttavia, questa figura ha vissuto — e vive tuttora — una condizione di particolare isolamento operativo. Le aziende sanitarie locali, le aziende ospedaliere, i policlinici universitari, le IRCCS e le altre strutture del Servizio Sanitario Nazionale presentano dimensioni, risorse umane, dotazioni infrastrutturali e livelli di maturità digitale estremamente differenziati. Un RTD di una grande azienda ospedaliera metropolitana e un RTD di una piccola ASL di una regione meno sviluppata si trovano a gestire realtà quasi incomparabili, eppure entrambi sono tenuti a rispettare le stesse normative, a implementare gli stessi standard tecnici, a rispondere agli stessi obiettivi di interoperabilità e sicurezza.
La Community nasce dichiaratamente per ridurre questo isolamento. AgID intende costruire un network capace di supportare gli RTD nel loro ruolo strategico, di promuovere il confronto costante sulle sfide della trasformazione digitale in ambito sanitario e di valorizzare le esperienze maturate nelle diverse strutture del SSN. Nella piattaforma saranno disponibili approfondimenti normativi su CAD, GDPR, normativa di settore e altri riferimenti essenziali. Saranno condivise best practice, casi d’uso, linee tecniche e operative, modelli organizzativi e documentazione tecnica. Saranno organizzati webinar, eventi di confronto e momenti formativi. Si tratta, a ben vedere, di una risposta strutturata a un’esigenza reale e diffusa: quella di avere a disposizione non solo norme e circolari, ma strumenti concreti, esperienze verificate, modelli replicabili.
Dal punto di vista giuridico e di governance, l’iniziativa si intreccia con una serie di obblighi normativi che meritano di essere ricordati. Il CAD, nel disciplinare la figura dell’RTD, attribuisce a questo soggetto compiti di coordinamento strategico, di supervisione dei processi di digitalizzazione e di raccordo con AgID e con le strutture di governo digitale. In ambito sanitario, questi compiti si sommano agli obblighi derivanti dalla normativa in materia di protezione dei dati personali — con il GDPR e il Codice Privacy in primo piano, dati i particolari rischi connessi al trattamento di dati sanitari — e, sempre più, alle prescrizioni dell’AI Act e della normativa nazionale sull’intelligenza artificiale. Il RTD sanitario di oggi non è soltanto un tecnico informatico: è un professionista che deve padroneggiare il diritto digitale, la sicurezza informatica, l’etica dell’AI, la gestione dei contratti tecnologici e i meccanismi della governance pubblica. Una Community che aiuta a costruire e aggiornare queste competenze ha dunque un valore che va ben oltre il networking.
È opportuno soffermarsi anche sull’aspetto della protezione dei dati, che in ambito sanitario assume una rilevanza del tutto peculiare. I dati sanitari sono, per definizione, dati particolari ai sensi dell’art. 9 del GDPR, e il loro trattamento è soggetto a stringenti condizioni di liceità e a obblighi rafforzati di sicurezza. La digitalizzazione sanitaria — dal Fascicolo Sanitario Elettronico alle cartelle cliniche digitali, dai referti online alle piattaforme di telemedicina, dai sistemi di intelligenza artificiale per la diagnostica ai dispositivi medici connessi — implica trattamenti massivi di dati ad altissima sensibilità. Gli RTD, insieme ai DPO (Data Protection Officer) delle strutture sanitarie, si trovano in prima linea nella gestione di questi rischi. Una Community che favorisce lo scambio di esperienze su data breach, misure di sicurezza, valutazioni d’impatto sulla protezione dei dati (DPIA) e gestione degli incidenti informatici è, da questa prospettiva, uno strumento di presidio della conformità normativa di rilevanza sistemica.
Non mancano, tuttavia, alcune riflessioni critiche che è doveroso svolgere. La prima riguarda l’effettiva partecipazione. Le community istituzionali italiane — e non solo — hanno spesso sofferto di un problema strutturale: nascono con grandi ambizioni, raccolgono iscrizioni iniziali significative, ma poi faticano a mantenere viva la partecipazione nel tempo. Il rischio è quello di uno spazio che si popola di documenti ma non di vera interazione, di una piattaforma che diventa un archivio passivo piuttosto che un laboratorio attivo. Per scongiurare questo esito, sarà essenziale investire non solo nei contenuti — pur importantissimi — ma nella cultura della condivisione, che in molte realtà pubbliche italiane fatica ancora ad affermarsi pienamente. Condividere una best practice significa, implicitamente, ammettere che altrove si fa meglio, e questo richiede una maturità organizzativa che non si dà per scontata.
La seconda riflessione critica riguarda le risorse. La trasformazione digitale del SSN non è soltanto una questione di strumenti, di linee guida e di confronto tra pari: è soprattutto una questione di risorse umane qualificate e di budget adeguati. Molte strutture sanitarie, specie quelle di dimensioni minori o localizzate nelle aree più svantaggiate del Paese, non dispongono né dell’una né degli altri. Una Community può offrire modelli e ispirazioni, ma non può sostituire gli investimenti strutturali. C’è il rischio, non del tutto teorico, che l’iniziativa finisca per favorire principalmente le strutture già più avanzate — quelle che hanno gli RTD più preparati, le infrastrutture più solide, le connessioni istituzionali più robuste — accentuando piuttosto che riducendo il divario digitale interno al sistema sanitario nazionale.
La terza riflessione riguarda il rapporto tra la Community e gli altri strumenti di governance digitale sanitaria. Il tema della digitalizzazione della salute è presidiato da una molteplicità di soggetti istituzionali: AgID, il Ministero della Salute, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS), la Commissione Europea attraverso il piano eHealth, le Regioni con le loro strutture di governance IT. La proliferazione di tavoli, piattaforme, gruppi di lavoro e community tematiche è un fenomeno conosciuto e non sempre efficiente. Sarà importante che la Community “RTD in Sanità” si coordini in modo sinergico con le altre iniziative esistenti, evitando sovrapposizioni e dispersione di energie.
Detto questo, e tenendo ben presenti queste cautele, l’iniziativa di AgID merita un giudizio complessivamente positivo. Essa riconosce la centralità della dimensione umana nella transizione digitale: le tecnologie, per quanto sofisticate, non si implementano da sole, ma richiedono persone competenti, motivate e capaci di collaborare. Costruire una rete di professionisti della digitalizzazione sanitaria che possano confrontarsi, imparare gli uni dagli altri, sviluppare soluzioni condivise a problemi comuni è un obiettivo pienamente coerente con la visione di una pubblica amministrazione digitale matura. La sanità, con i suoi nodi irrisolti di interoperabilità, di sicurezza, di etica dell’AI e di protezione dei dati, ha più che mai bisogno di questa maturità. La Community “RTD in Sanità” è un passo nella direzione giusta: sta ora a chi la abita — professionisti, amministratori, tecnici, giuristi — trasformarla da spazio virtuale in motore reale di cambiamento.

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