La recente audizione del Ministero dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti alla Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale offre uno spaccato piuttosto demoralizzante di una riforma su cui si discute e si legifera da quasi 30 anni (pochi ricorderanno il dlgs 56/2000, uno dei primi a riportare nell’oggetto quella che fu poi definita qualche anno dopo come “la madre di tutte le riforme”).
Il dato più eclatante, da noi più volte rimarcato, è il sostanziale esaurimento dei margini di manovrabilità disponibili per gli enti locali sui tributi ad essi assegnati (che tecnicamente sono tuttora tributi statali).
Le entrate proprie dei Comuni provengono principalmente dall’addizionale comunale all’IRPEF (6,3 miliardi) e dall’IMU (16,2 miliardi). Questi tributi hanno registrato negli ultimi anni un graduale aumento delle aliquote fino ai livelli massimi, riducendo così lo spazio di manovrabilità ancora disponibile.
Nel 2023, gli spazi di manovra per l’addizionale comunale erano infatti limitati al 15,6% del gettito che gli enti avrebbero potuto ottenere elevando le aliquote al livello massimo. In generale, i Comuni del Nord hanno maggiori spazi fiscali residui, con valori mediamente intorno al 20,5% del gettito massimo, rispetto ai comuni del Centro-Sud, dove gli spazi ancora disponibili sono inferiori al 10% del gettito potenziale.
Per l’IMU, i margini residui dei comuni delle RSO, Sicilia, Sardegna e Valle d’Aosta sono limitati al 6,4%. I comuni del Sud mostrano gettiti pro capite inferiori ma spazi fiscali quasi esauriti, mentre i comuni più grandi ottengono gettiti medi più alti con margini residui più ridotti.
Infine, Province e Città Metropolitane si finanziano principalmente con l’imposta provinciale di trascrizione (IPT, 1,9 miliardi), l’imposta sulle assicurazioni RC auto (2,2 miliardi) e il tributo per le funzioni ambientali (TEFA). Questi tributi rappresentano oltre il 90% delle entrate tributarie di questi enti. Anche in questo caso, gli spazi di manovrabilità sono limitati: per l’IPT, gli spazi ancora disponibili si attestano a 1,54% del gettito massimo potenziale, con margini residui più ampi nelle Regioni a statuto speciale (7%) e più contenuti nelle Regioni a statuto ordinario (meno dell’1%). Lo sforzo residuo per l’RC auto è limitato al 2,15% del gettito massimo, con margini esauriti nelle Regioni a statuto ordinario e superiori al 13% nelle Regioni a statuto speciale.
Partendo da tali dati, Giorgetti arriva alla seguente conclusione: “Dovremo, comunque, attentamente monitorare le dinamiche di aumento dei prezzi e dei costi per gli enti territoriali, soprattutto per le spese correnti, e l’effettiva erogazione dei servizi pubblici essenziali, al fine di evitare un peggioramento dei saldi di bilancio e difficoltà finanziarie per alcuni enti”.
Cosa significa questo passaggio? Il fuoco dovrebbe concentrarsi sull’aumento non solo e non tanto delle risorse quanto sugli strumenti per garantirle senza tornare a meccanismi di finanza derivata ma piuttosto sviluppando (come prevede l’art. 119 Cost.) forme di perequazione per gli enti di minore capacità fiscale.
Di tutto ciò, però, non vi è la minima traccia né nell’audizione di Giorgetti né nei provvedimenti varati negli ultimi anni nel quadro della Riforma 1.14 del Pnrr.
Semplicemente, la logica non è più quella che stava alla base della l 42/2009, ma è una logica di (non) federalismo.
Aggiungeremmo che si tratta della troppo drammaticamente tardiva certificazione del fallimento totale dello sgangherato tentativo di introdurre un “federalismo” (fiscale o non fiscale) del tutto incompatibile in primo luogo con l’assetto dello Stato previsto dalla Costituzione e in secondo luogo dalle condizioni del bilancio dello Stato.
L.O.
