L’articolo di Matteo Barbero “Di investimenti, contributi e coperture apparenti” evidenzia come in questi decenni tutti i tentativi di riformare la contabilità portandola progressivamente verso le logiche privatistiche sono un clamoroso buco nell’acqua.
Non solo per la folle farraginosità di principi contabili spesso slegati dalla realtà e dalla pratica (vogliamo parlare della “delibera” di costituzione del fondo delle risorse decentrate?). Non solo perchè l’accrual intende introdurre la partita doppia in un sistema che è ancora impostato sulla logica del bilancio di natura finanziaria ed autorizzatoria a fini di controlli preventivi (che per altro poi nessuno fa con ruolo esterno, aprendo spazi a scelte disastrose). Ma, soprattutto, perchè della gestione privatistica manca, ovviamente proprio a causa della concezione autorizzatoria, del tutto la flessibilità.
Non si possono aprire mutui con istituti di credito se non nel rispetto di regole operative degne di una camicia di forza. Non si possono ottenere da detti istituti prestiti in anticipazione di finanziamenti da portare a “sconto”.
Eppure, basterebbe aprire anche leggermente simili rubinetti, per verificare davvero quanto l’ente pagatore – sul quale non è corretto gettare la croce addosso della formazione dei residui – abbia la capacità di sostenere le spese che intende effettuare.
Con queste aperture sarebbe possibile vedere come la spesa in conto capitale influisce sulle scelte di governo, cioè sulle priorità, e quali effettive ricadute possa avere in termini poi di sottrazione alla spesa per servizi connessa alla necessità di pagare risconti ed interessi sulle anticipazioni.
Magari, si prenderebbe coscienza che non è tanto e solo un problema di formazione di residui attivi, bensì di insostenibilità di certe opere o servizi, cosa che spessissimo, purtroppo si “scopre” a danno ormai fatto.
Purtroppo, si sta sempre e solo a discutere della pietra filosofale capace di trasformare per miracolo la contabilità finanziaria/autorizzatoria in quella di una multinazionale dell’information technolgy. Ma, gli esiti sono solo burocrazia al cubo.
