Lo strano caso dei comuni esclusi dai tagli

L’enorme attenzione mediatica attirata dal dibattito sull’opportunità o meno di legare i tagli da spending review all’ammontare di risorse Pnrr ricevute dai singoli enti ha fatto passare in secondo piano un’altra questione non meno interessante in una prospettiva di politica del diritto.

Dalle riduzioni previste dall’articolo 1, comma 533, della L. 213/2023, infatti, alcune amministrazioni sono state del tutto escluse (quindi sia dalla quota legata alla spesa corrente che da quella legata ai finanziamenti ricevuti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza).

La norma, infatti, ha tenuto fuori gli enti in dissesto finanziario, quelli in procedura di riequilibrio finanziario (c.d. predissesto) e quelli che abbiano sottoscritto gli accordi di cui all’articolo 1, comma 572, della L. 234/2021, e di cui all’articolo 43, comma 2, del D.L. 50/2022.

Come chiarito dalla nota metodologica sul riparto, alla prima categoria (enti in dissesto) appartengono 214 enti, di cui 212 comuni e 2 province; alla seconda 285 enti, di cui 278 comuni e 7 province; mentre nella terza troviamo Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Torino, Alessandria, Avellino, Brindisi, Lecce, Potenza, Salerno e Vibo Valentia.

Tutto normale? Dipende dai punti di vista. Non c’è dubbio che l’esclusione sia stata prevista direttamente dal legislatore, per cui in sede attuativa non poteva essere ignorata. Ma fa specie che nessuno se ne sia mai lamentato, anche in considerazione dell’ovvia conseguenza per cui, restringendo la platea, il taglio si appesantisce.

Eppure si tratta di una previsione abbastanza stravagante, come confermato a contrario dal fatto che nessuna esclusione è prevista dall’altro taglio, ossia quello di cui all’art. 1, comma 850, della L.   178/2020 (ex spending review informatica). 

Se può avere un senso escludere gli enti in dissesto e quelli in pre-dissesto, che si trovano all’interno di una procedura “canonica” che prevede anche l’intervento di organi terzi che garantiscono (almeno sulla carta) l’assenza di abusi, sulla terza categoria si potrebbe spendere qualche parola in più, considerando che i “patti” in questione sono accordi del tutto politici la cui disciplina istitutiva non prevedeva in alcun modo questo tipo di beneficio in aggiunta a quelli espressamente menzionati (contributi straordinari, maggiori poteri fiscali ecc, a fronte di precisi impegni in termini di risanamento).

Giocando a carte scoperte, forse, altri sindaci avrebbero fatto scelte diverse se avessero saputo che accettare l’offerta li avrebbe esonerati dai sacrifici imposti a tutti gli enti fino al 2028.

E poi c’è un evidente tema di disparità di trattamento fra gli enti esentati e tutti gli altri che i tagli se li beccano. Per fare un esempio, Palermo si è risparmiata un taglio annuo che, calcolato in proporzione rispetto a quello ex informatico, sfiora i 2,5 milioni annui. Una cifra che, tanto per dirne una, avrebbe potuto essere destinata ad alleggerire i tagli ai tanti comuni colpiti da alluvioni recenti. Una scelta che, chissà perché, a chi scrive le leggi non è nemmeno passata per la testa.

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