Non basta dire Accrual

Nell’articolo “Accrual, la vera sfida è dare un valore reale ai conti pubblici” pubblicato su Il Sole 24Ore Andrea Biekar svolge alcune interessanti e in gran parte condivisibili considerazioni su alcune delle più evidenti criticità dell’attuale sistema contabile.  In particolare, l’autore si sofferma sulla corretta rappresentazione dei debiti (in primis finanziari), dei crediti e del…

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Nell’articolo “Accrual, la vera sfida è dare un valore reale ai conti pubblici” pubblicato su Il Sole 24Ore Andrea Biekar svolge alcune interessanti e in gran parte condivisibili considerazioni su alcune delle più evidenti criticità dell’attuale sistema contabile. 

In particolare, l’autore si sofferma sulla corretta rappresentazione dei debiti (in primis finanziari), dei crediti e del patrimonio, arrivando a concludere che “(…) il tema non è chiedersi se il sistema accrual sia utile. La vera domanda è un’altra: può ancora considerarsi adeguato un modello di rendicontazione che, a fine esercizio, non consente di conoscere con certezza l’ammontare complessivo dei debiti, non misura correttamente il patrimonio pubblico e non permette di stabilire se chi governa abbia consumato o preservato ricchezza collettiva?” 

La risposta a questa domanda è, ca va sans dire, negativa. Tutti concordano al riguardo, sia i fan della riforma 1.15 che gli scettici. 

Il punto è un altro, a modesto avviso di chi scrive. Parafrasando Biekar, il tema non è chiedersi se serva cambiare gli attuali sistemi contabili (non solo quello degli enti locali, perché come noto la partita è assai più ampia), ma come farlo. Ed è tanto più necessario chiederselo nel mondo degli enti locali che applicano un ordinamento che non ha ancora 10 anni di vita ma ha subito già 20 correttivi e nasceva proprio per risolvere le pecche giustamente evidenziate nell’articolo citato. 

Come non ricordare che il dlgs 188/2011 si poneva come obiettivo proprio quello di eliminare crediti e debiti farlocchi e di fornire una rappresentazione fedele della consistenza patrimoniale degli enti? C’è riuscito? Certamente no. 

Ci riuscirà l’accrual? Anche senza essere degli inguaribili pessimisti, è difficile oggi rispondere affermativamente. 

Come potrà funzionare se una riforma importante e complessa viene costruita in vitro e calata dall’alto su una platea inconsapevole e inerme, senza pensare minimamente agli impatti e ai costi di adempimento e generando inevitabilmente confusione e tilt? 

La vicenda delle faq pubblicate a valanga e poi corrette nottetempo per rettificare il tiro è emblematica, mentre continua a mancare un’idea precisa sul percorso di avvicinamento ad una fase a regime ancora molto lontana. 

In un simile scenario, l’accrual rischia di finire peggio del 118, molto peggio. Perché la sua credibilità è in costante calo, in quanto viene percepita come un corpo estraneo completamente scollegato dalla realtà. 

Le riforme non possono nascere da approcci top down, dove pochi illuminati spiegano al volgo l’importante dell’inventario. Dovrebbe seguire un approccio bottom up che parta dall’esistente e cerchi, molto umilmente, di correggerne gli aspetti che non funzionano. 

Iniziare una costruzione partendo dal tetto è quantomeno azzardato e non basta dire accrual per trasformare la realtà nel migliore dei mondi possibili. 

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