La legge di bilancio 2025 presenta un conto salato agli enti locali. Sulla parte corrente essa impone nuovi sacrifici sotto forma di accantonamenti obbligatori per 1,5 miliardi (anni 2025-2029), che vanno a sommarsi ai tagli veri e propri già previsti a legislazione vigente per 1,15 miliardi fino al 2028.
Di importo inferiore le misure di segno contrario, che pure ci sono e vanno messe in conto, come l’incremento del fondo di solidarietà comunale (56 milioni nel 2025, 0,11 miliardi nel 2026, 0,17 miliardi nel 2027, 0,22 miliardi nel 2028 e importi crescenti fino a 0,31 miliardi dal 2030) e del fondo per le funzioni fondamentali di province e città metropolitane (50 milioni di euro annui dal 2025 al 2030). Molto più pesante l’intervento sulla parte capitale, con una riduzione di oltre 8 miliardi fino al 2037.
Ma soprattutto continua ad essere del tutto assente una visione qualsiasi per riformare il comparto. Non vi è traccia, nel testo approvato dalle Camere, della necessaria revisione della potestà impositiva, ormai esaurita per i comuni e anacronisticamente legata per gli enti di area vasta ai tributi automobilistici.
Sotto questo profilo, del resto, il veicolo giusto per intervenire sarebbe stato la riforma fiscale, che però ha nel migliore dei casi ignorato i problemi esistenti (quando non li ha aggravati, come in materia di riscossione). Non pervenuta la revisione dei sistemi perequativi, su cui si continuano a cucire toppe che non coprono le voragini di un tessuto da tempo logoro.
Manca la chiara percezione che, dopo la sbornia del Pnrr, gli enti dovranno fronteggiare forti tensioni sulla spesa corrente e si troveranno pressochè privati di risorse eterofinanziate per investimenti.
Sul personale non mi soffermo perché su queste colonne scrivono commentatori più autorevoli, ma sarebbe almeno miope presentare la cancellazione dei limiti al turn-over come un successo per un comparto che è sempre più vaso di coccio nel panorama delle PA, a dispetto degli interventi ridicoli varati in questi anni per il rafforzamento della capacità amministrativa.
L’addio alla gestione associata obbligatoria cancella un istituto fallimentare, ma lascia irrisolte le criticità dei comuni polvere.
E si potrebbe continuare citando temi come lo spopolamento degli uffici finanziari, l’inutile appesantimento rappresentato dai molteplici adempimenti informativi e di monitoraggio, l’insensatezza dei vincoli all’utilizzo di determinate entrate (come i proventi delle sanzioni al codice della strada o gli oneri di urbanizzazione), tutti temi che nemmeno compaiono sui radar della politica. Si naviga a vista, insomma. Buon 2025!
