Pnnr: don’t say “proroga”, but “facility”, please

Nella lunga e tortuosa storia del Pnrr c’è sempre stata una parola tabù: proroga. A parte un timido tentativo del ministro dell’economia, nessuno ha mai osato pronunciarla e pensare ad un rinvio della deadline fissata per il 2026.  Tutto il percorso è stato quindi segnato da una costante pressione fare tutto e farlo presto, a…

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Nella lunga e tortuosa storia del Pnrr c’è sempre stata una parola tabù: proroga. A parte un timido tentativo del ministro dell’economia, nessuno ha mai osato pronunciarla e pensare ad un rinvio della deadline fissata per il 2026. 

Tutto il percorso è stato quindi segnato da una costante pressione fare tutto e farlo presto, a suon di deroghe, misure acceleratorie e clausola di responsabilità. Senza dimenticare le numerose rimodulazioni finalizzate a estromettere o ridimensionare le misure più in difficoltà a beneficio di altre più performanti. Quest’ultimo strumento è stato talmente affinato che si è riusciti a trovare il modo di sfruttarlo per superare il tabù della proroga. 

In questo caso, però, si è trovata una parola magica: facility. Suona bene, con quell’immancabile nota british che nobilita senza impegno. Le facilities sono veicoli finanziari che permettono di aggirare le scadenze senza rinnegarle, ma di fatto concedendo più tempo per gestire le risorse. Queste ultime verranno girate a soggetti come Cassa Depositi e prestiti e Invitalia, che le potranno distribuire con più calma attraverso un “financial agreement”. 

Non parliamo di bruscolini ma (secondo i dati diffusi dal Sole24ore) di circa 10 miliardi, per una quota importante destinati a finanziare incentivi “semiautomatici” a burocrazia ridotta a favore delle imprese. 

Il risultato è un rinvio di fatto, senza una proroga formale. Una soluzione, a dispetto dei tanti anglicismi, molto all’italiana. 

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