Nel suo articolo “Su Comuni e Pa pioggia di cartelle per lo stralcio 2012” pubblicato su Il Sole 24Ore, Gianni Trovati riferisce di quello che viene descritto come l’ennesimo paradosso della burocrazia italiana.
Nel 2012, il Governo Monti decise una rottamazione delle cartelle fino a 2.000 euro (articolo 1, comma 528 della legge 228/2012), attuata tre anni dopo dall’esecutivo Renzi (Dm Mef del 15 giugno 2015). Ora, a distanza di 10 anni, l’Agenzia delle Entrate Riscossione presenta agli enti titolari il conto delle spese sostenute per le procedure di recupero.
Certamente, il legame fra le due vicende è singolare, ma ciò non toglie che sia normale che chi ha svolto (bene o male) un servizio (come la riscossione coattiva) a un certo punto chieda il relativo corrispettivo a chi di quei servizi ha beneficiato.
Il fatto che lo Stato abbia deciso lo stralcio degli insoluti non esclude che i costi fino ad allora sostenuti per riscuotere vadano remunerati. E auspicare che, in questi e in altri casi, se ne faccia carico un generico Pantalone non pare esattamente coerente con il principio di responsabilità che dovrebbe sempre guidare chi amministra la cosa pubblica.
Piuttosto, la cosa allarmante è che molti fra i 7.000 destinatari delle richieste siano caduti dal pero, con conseguente emersione di tanti bei debiti fuori bilancio. Non solo, ma l’articolo rincara la dose, ribadendo che, visto che gli importi sono singolarmente modesti (anche se complessivamente fanno 80 milioni di euro, che comunque tanto pochi non sono) il rischio è che anche questa volta passino in cavalleria. Chi scrive spera, sinceramente, che questa volta non succeda.
