La nuova malattia della PA: quella “bandite” che nasconde l’incapacità di programmare

Nel nostro ordinamento la distribuzione delle sovvenzioni destinate a soggetti pubblici si ispira ad un modello prevalentemente e fortemente competitivo.  Per accedere alle risorse quasi sempre occorre partecipare a bandi molto complessi da gestire sia in fase di partecipazione che ai fini della rendicontazione.  Tale approccio non sempre favorisce la migliore allocazione delle risorse, come…

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Nel nostro ordinamento la distribuzione delle sovvenzioni destinate a soggetti pubblici si ispira ad un modello prevalentemente e fortemente competitivo. 

Per accedere alle risorse quasi sempre occorre partecipare a bandi molto complessi da gestire sia in fase di partecipazione che ai fini della rendicontazione. 

Tale approccio non sempre favorisce la migliore allocazione delle risorse, come ampiamente confermato dalla letteratura in materia. Occorrerebbe prevedere che almeno una parte di essere possa essere assegnata con modalità diverse, ossia basandosi su una rilevazione puntuale dei fabbisogni cui associare dei grants più semplici da richiedere e da gestire. 

Qualcosa di simile al c.d. modello spagnolo, già sperimentato negli anni scorsi. Esso prevede l’erogazione di piccoli grants diffusi ponendo come unica condizione il rispetto di tempi certi, e brevi, per l’avvio e la realizzazione dei lavori. 

Ad aprire il filone italiano è stato il decreto “crescita”, (dl 34/2019), cui poi è seguita la legge di bilancio 2020 (l 160/2019), che ha previsto un’altra linea di finanziamento per investimenti destinati ad opere pubbliche in materia di efficientamento energetico, sviluppo territoriale sostenibile e messa in sicurezza scuole, edifici pubblici e patrimonio comunale, nonchè per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Anche la legge di bilancio 2022 (l 234/2021) ha previsto l’erogazione di un importo crescente in base alla dimensione demografica, arrivando però anche al di sopra dei 250.000 abitanti, una soglia forse eccessiva visto che, su questa scala, la capacità di andarsi a cercare i finanziamenti dovrebbe essere più elevata. Poi più niente. 

Un altro esempio, meno virtuoso, sono i fondi vincolati per il welfare, prima ricompresi nel fondo di solidarietà e ora confluiti nel fondo equità livello di servizi. Ma in questo caso il problema è proprio la rilevazione dei fabbisogni a monte, che ha mostrato non pochi limiti. 

Infine, come non menzionare i contributi lump sum erogati a pioggia dal PNRR per la digitalizzazione. Anche in quel caso, la logica di assegnazione è stata quanto meno discutibile, visto che spesso questi fondi hanno coperto spese già sostenute dagli enti, generando una sorta di ”mercato nero” delle economie. 

Quella che manca, quindi, è la capacità di programmazione, non solo da parte del livello statale, ma soprattutto a livello di Regioni, che ormai fanno quasi solo gestione diretta di fondi, perlopiù attraverso bandi.

Potremmo chiamarla “bandite” e non sappiamo se e quando ne guariremo.

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