La Ragioneria generale dello Stato, nell’ultimo aggiornamento dell’indagine statistica sui mutui di regioni, province autonome ed enti locali, ha rilevato una nuova diminuzione dello stock residuo, che al 1° gennaio 2026 era pari a 51,9 miliardi di euro a fronte dei 53,3 miliardi registrati dodici mesi prima. In calo anche lo stock dei prestiti obbligazionari, sceso da 2,5 a 2,2 miliardi.
Si tratta di una frazione davvero esigua (circa l’1,6%) rispetto alla enorme montagna del debito pubblico complessivo, che oggi sfiora i 3180 miliardi.
In pratica, mentre quest’importo cresce continuamente a vista d’occhio (come mostra l’orologio pubblicato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni), a livello decentrato le nuove operazioni non tengono il passo dell’ammortamento di quelle vecchie.
Guardando al livello regionale, ad esempio, le nuove concessioni sono risultate, nel 2025, pari a 1.122 milioni, in aumento rispetto ai 603 milioni dell’anno precedente, ma ben al di sotto dei circa 1.666 milioni di rate pagate.
L’analisi pone in luce che, lo scorso anno, hanno fatto ricorso a tale forma di finanziamento solo la Lombardia, la Campania, il Veneto e la Toscana.
Non dissimile il quadro degli enti locali, che hanno contratto nuovo debito per 1.836 milioni (+13,4% rispetto ai 1.616 milioni rilevati nel 2024), ma hanno rimborsato 2.762 milioni.
Il documento presenta l’analisi dei mutui concessi nei suoi vari aspetti: secondo le classi degli enti beneficiari, in base all’oggetto del prestito e sotto il profilo della distribuzione territoriale. Esso rappresenta, inoltre, la consistenza del debito alla fine del periodo considerato e le rate di ammortamento dovute.
Relativamente alla distribuzione geografica del debito residuo pro capite, fra le regioni i valori più elevati sono presentati dal Lazio (1.555 euro), dalla Sicilia (813 euro) e dalla Sardegna (601 euro). Per contro, i valori pro capite più bassi si riscontrano nelle Marche (21 euro), in Puglia (83 euro) e in Veneto (95 euro). Considerando gli enti locali, invece, i valori pro capite più elevati si registrano in Calabria (810 euro), in Liguria (752 euro), in Abruzzo (743 euro) e nelle Marche (736 euro), in un contesto nel quale, in generale, i comuni capoluogo e quelli di piccole dimensioni si confermano le classi sulle quali gravano le maggiori quote di indebitamento.
Sarebbe interessante capire cosa sta dietro questa dinamica, specie entrando in una fase storica nella quale sarà prevedibile una drastica riduzione dei fondi destinati ad investimenti. Probabilmente c’è una difficoltà di fondo degli enti a rivolgersi in modo strutturato al mercato dei capitali su cui sarebbe utile aprire una riflessione.
