Aree interne: il futuro dell’Italia passa anche (e soprattutto) dai margini

Zanca, sindaco di Gaiba: «Le Aree interne sono i laboratori per un futuro sostenibile del Paese. Alla politica chiediamo una visione per invertire la rotta» I Comuni sono la spina dorsale della Repubblica. Lo ricorda il Sindaco Zanca citando Carlo Azeglio Ciampi. E oggi, a fronte di un Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne…

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Zanca, sindaco di Gaiba: «Le Aree interne sono i laboratori per un futuro sostenibile del Paese. Alla politica chiediamo una visione per invertire la rotta»

I Comuni sono la spina dorsale della Repubblica. Lo ricorda il Sindaco Zanca citando Carlo Azeglio Ciampi. E oggi, a fronte di un Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne che parla di accompagnare il declino di interi territori, queste parole suonano come un richiamo forte alla responsabilità politica.
Nicola Zanca, sindaco di Gaiba (RO) e delegato territoriale ASMEL, così rimarca nell’intervista: «Rassegnarsi non è un’opzione. I piccoli Comuni, se sostenuti da politiche adeguate, sono il motore di innovazione, coesione e rinascita territoriale».
Amministra un paese di meno di mille abitanti, ma la sua visione riguarda l’Italia intera anche e soprattutto quella dei borghi, delle montagne, delle aree interne che non chiedono assistenza, ma politiche concrete per ridefinire una geografia della coesione e delle opportunità.

Crede che i piccoli Comuni siano davvero condannati a un “declino dignitoso” come riportato nel PSNAI o possono essere protagonisti di un nuovo modello di sviluppo?

Partiamo da alcuni dati. I piccoli Comuni, ovvero quelli con meno di 5mila abitanti, in Italia sono 5.521, e rappresentano circa il 70% del totale dei Comuni italiani. Ma sono piccoli solo dal punto di vista demografico: amministrano infatti il 55% del territorio nazionale e, in alcune regioni, arrivano a coprirne oltre il 70%. E non sono nemmeno troppi. Per meglio comprendere il quadro, è utile un confronto con lo scenario europeo. L’Italia presenta un numero inferiore di Comuni in rapporto alla popolazione, soprattutto rispetto agli Stati dell’Europa centrale e meridionale. Pensiamo alla Francia che ha oltre 34.000 comuni, o la Spagna che supera gli 8.000. Secondo i dati ufficiali del 2024, la dimensione media dei Comuni nell’Unione Europea è di 5.887 abitanti, mentre in Italia la media sale a 7.471 abitanti per Comune, a conferma che il numero degli enti locali in Italia non è eccessivo, anzi.

Alla luce dell’articolo 118 della Costituzione, che assegna ai Comuni un ruolo centrale secondo il principio di sussidiarietà, e dell’articolo 119, che ne garantisce l’autonomia finanziaria e il diritto a risorse adeguate, è chiaro che i piccoli Comuni non devono essere destinati a un “declino dignitoso”. Al contrario, se sostenuti da politiche coerenti con questi principi costituzionali, possono diventare laboratori di innovazione, coesione sociale e sviluppo sostenibile, capaci di valorizzare le risorse locali e offrire risposte efficaci ai bisogni dei cittadini. Rassegnarsi non è un’opzione: i piccoli Comuni sono una risorsa strategica per il futuro del Paese.

Anche la Corte di Cassazione si è espressa recentemente a tutela delle aree interne, in particolare quelle montane e il Consiglio di Stato con la sentenza n. 2202 del 2025 ha stabilito che le scuole di montagna possono essere chiuse solo in casi eccezionali. Questa decisione ribadisce l’importanza di garantire il diritto all’istruzione nelle zone montane, sottolineando come la chiusura di questi istituti possa compromettere la coesione sociale e il futuro dei territori.

In che termini le Aree Interne possono avere un ruolo chiave nel presente e nel futuro dell’Italia?

Questi territori, spesso definiti marginali, svolgono una funzione essenziale per l’intero Paese. Se presidiati e abitati, rappresentano una vera e propria infrastruttura di prevenzione ambientale: contrastano il dissesto idrogeologico, limitano gli incendi boschivi, scoraggiano l’abbandono e il degrado ambientale. In un contesto di cambiamenti climatici sempre più violenti e frequenti, il loro ruolo non è secondario, ma strutturale.

In molti Paesi europei, penso alla Francia o ai modelli scandinavi, le aree rurali e periferiche sono trattate come laboratori di innovazione territoriale, sostenute da politiche lungimiranti e investimenti stabili. In Italia, invece, si rischia spesso di gestirne il declino più che progettarne la rinascita. Come ha osservato di recente anche Asia Trambaioli, presidente dell’Associazione Comuni Virtuosi, le aree interne non diventeranno mai cattedrali del consumo o metropoli globali, ma possono e devono essere presìdi di umanità, bellezza, resilienza locale. Luoghi dove coltivare un’idea concreta di futuro. Per farlo, però, serve un cambio di paradigma, uno sforzo di visione collettiva, e il coraggio politico di agire in questa direzione.

Cosa serve oggi affinché i Comuni delle Aree Interne possano tornare a essere luoghi di progettualità e non solo di gestione del declino?

Servono scelte politiche decise, investimenti mirati ma soprattutto un riconoscimento pieno e concreto del ruolo attivo dei piccoli Comuni, che spesso, pur con pochissime risorse, garantiscono servizi essenziali, presidiano il territorio e mantengono vivi legami sociali fondamentali.

Come riportano Virgilio Caivano, portavoce nazionale del Coordinamento Nazionale dei Piccoli Comuni e Alessandro Gisoldi, uno dei promotori del Coordinamento, è urgente introdurre una legislazione differenziata per questi enti, in grado di valorizzarne la specificità sociale, territoriale ed economica. Non possiamo trattare allo stesso modo un Comune metropolitano e un borgo di montagna o di pianura con 800 abitanti: servono strumenti ad hoc.

Quali sono le proposte concrete per trasformare questi territori da “marginali” a protagonisti del cambiamento?

Ripopolamento attraverso accoglienza programmata e rientro degli oriundi italiani, valorizzazione del patrimonio edilizio dismesso, sperimentazioni normative in ambito fiscale e sociale. L’obiettivo è trasformare i piccoli Comuni in veri e propri laboratori di innovazione istituzionale, capaci di guidare la rinascita del Paese. Senza coesione sociale e riequilibrio territoriale, ogni investimento rischia di ampliare il divario tra centro e margine. Il fallimento del PNRR, in molti territori, non è nei principi, ma nella mancata capacità di applicarli tenendo conto della reale situazione locale.

Un’altra proposta arriva da UNCEM, che sottolinea l’importanza di collegare tra loro le varie strategie oggi esistenti: quella per le Aree Interne, quella per la Montagna, quella per le foreste e quella delle Green Community.
Avere tanti strumenti separati, quando in altri Paesi come la Francia esiste un’unica Agenda Rurale, rischia di creare frammentazione e confusione nei territori, invece di semplificare.
E’ fondamentale che il Dipartimento per le politiche di coesione agisca con decisione, puntando a costruire sinergie concrete e una visione unitaria tra tutte le strategie oggi in campo.

Nei giorni scorsi abbiamo anche presentato in conferenza stampa alla Camera dei Deputati un confronto dal titolo “Tagli senza precedenti: il futuro degli enti locali”. È emerso con chiarezza un quadro di un’Italia a due velocità. Da un lato, lo Stato centrale, con una spesa pubblica totale in costante aumento, raddoppiata nel primo quarto di secolo. Solo lo scorso anno, il debito delle amministrazioni centrali è cresciuto di 99,9 miliardi di euro. Dall’altro lato, gli enti locali, che, pur con trasferimenti quasi dimezzati negli ultimi 25 anni e con organici ridotti di quasi il 50% in trent’anni, hanno abbattuto il proprio debito di 2,6 miliardi di euro nel 2024. Eppure, nonostante i vincoli finanziari e la complessità burocratica, i Comuni continuano a garantire servizi essenziali e, in molti casi, a raggiungere risultati superiori a quelli di Regioni e Ministeri nella gestione delle risorse pubbliche. Lo dimostrano i dati diffusi da ASMEL, secondo cui i Comuni si sono aggiudicati la percentuale più alta delle risorse PNRR messe a bando rispetto a Regioni e Ministeri, a conferma della loro capacità amministrativa ed efficienza operativa.

Da qui le proposte di riutilizzare risorse non ancora allocate del PNRR per rifinanziare i Decreti Crescita e Piccole Opere per i Comuni, e sbloccare interventi ora fermi. Risorse che i comuni hanno già dimostrato di saper utilizzare in modo corretto ed efficiente. Per lo Stato ci sarebbe anche un effetto moltiplicativo degli oneri fiscali, in quanto spesso le risorse dei decreti citati servono a cofinanziare contributi assegnati di altri enti.

In quanto delegato territoriale di Asmel, in che modo le realtà associative possono contribuire a questo cambio di paradigma? Crede che fare rete, condividere buone pratiche e sostenere i Comuni nella progettazione possa rappresentare una leva concreta per invertire la narrazione delle Aree Interne da problema a risorsa strategica per il Paese?

ASMEL ha un ruolo chiave in questo processo, non solo come supporto tecnico-operativo, ma anche come soggetto capace di elaborare e trasferire le problematiche dei Comuni nel cuore delle istituzioni centrali. È soprattutto una preziosa rete di confronto e condivisione tra amministratori locali, che consente di scambiare esperienze, affrontare criticità comuni e costruire soluzioni condivise, promuovendo una visione più unitaria e strategica del futuro dei territori.

Proprio in questa direzione si inserisce l’impegno con cui ASMEL ha recentemente rilanciato con forza e tempestività la richiesta di sostegno per gli enti locali colpiti dai tagli della Legge di Bilancio 2025. Un segnale concreto di attenzione e vicinanza ai Comuni, che conferma il valore del lavoro condiviso e della rappresentanza attiva.

È altrettanto fondamentale collaborare con tutte le associazioni che rappresentano gli enti locali per rafforzare la voce dei territori, condividendo buone pratiche anche a livello europeo e prendendo spunto da esperienze virtuose già attive in altri Paesi.

Proprio in questa direzione si inserisce la recente iniziativa presso la sala stampa della Camera dei Deputati, con la quale è stato avviato ilpatto di collaborazionetra l’Associazione Comuni Virtuosi e Give Back Aree Interne APS, un think tank formato da studenti, ricercatori e professionisti under 40, attivi in ambito economico, sociale e culturale, impegnati a ripensare il futuro delle aree interne, montane e rurali.

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