Nel suo interessante articolo “Aprire un cantiere per un nuovo federalismo fiscale” pubblicato su Il Sole 24Ore Floriana Cerniglia, dopo avere analizzato in senso giustamente critico il nuovo disegno di legge “Calderoli” sull’autonomia differenziata, svolge alcune interessanti considerazioni su quale debba essere oggi il modello di riferimento delle relazioni finanziarie fra i differenti livelli di governo.
L’autrice si interroga abbia ancora senso il regionalismo disegnato dalla riforma del Titolo V (risalente al lontano 2001). “Quella riforma – scrive Cerniglia – recepiva i cambiamenti emersi fin dagli anni ’90, in un’Europa che si stava ridisegnando sotto la spinta della globalizzazione e del paradigma dei mercati efficienti. Era il tempo del <<federalismo competitivo>> e della crescita <<dal basso>>, affidata alla concorrenza del mercato e tra territori, con uno Stato che si ritraeva dal definire grandi strategie o missioni nazionali. Oggi l’orologio dell’economia globale, del multipolarismo, del rapporto tra Stato e mercato gira in senso opposto rispetto agli anni ’90. Di fronte a sfide come i cambiamenti climatici, l’invecchiamento demografico, il lavoro, la politica industriale e il welfare, siamo sicuri che rafforzare il protagonismo delle Regioni (secondo quanto prevedeva la riforma del 2001) sia la risposta più efficace?”.
La risposta che a questi quesiti viene data indirettamente nell’articolo è certamente negativa, ma si impone una doverosa precisazione: quel modello non è mai stato realmente attuato!
Le regioni e gli enti locali non hanno mai potuto disporre di poteri significativi di gestione della propria finanza, che continua a presentare una struttura profondamente derivata. L’autonomia finanziaria “di entrata e di spesa” loro riconosciuta dall’art. 119 Cost. è rimasta sulla carta e i pochi, timidi tentativi di attuarla sono naufragati proprio a fronte dei cambiamenti sistemici di cui parla Cerniglia, che hanno indotto una nuova, fortissima spinta alla centralizzazione. Poi il Covid ha fatto il resto.
“Forse più che puntellare le riforme del 2001 e del 2009 con nuove leggi deleghe e decreti, bisognerebbe aprire un dibattito profondo (sia nelle Università sia nella politica) sul regionalismo oggi”, conclude l’autrice.
E anche qui ci trova concordi, purchè si tratti di dibattiti seri e costruttivi, non come quelli che da ormai un ventennio accompagnano ogni tentativo di riforma ordinamentale.
E soprattutto senza attribuire al regionalismo (definizione che già di per sé suscita qualche perplessità posto che la riforma del 2001 si basava sul principio di sussidiarietà) tutti i mali del mondo senza che lo stesso sia nemmeno mai nato.
La sciagura del “federalismo fiscale” che non si pensava di veder ancora rievocare
Quel che non è mai nato non è il “regionalismo”, bensì il “federalismo fiscale”. Il “regionalismo” in Italia è nato con la Costituzione, che l’ha introdotto e disciplinato sin da sempre.
Un regionalismo inizialmente osteggiato – per chi ricorda la storia – dalle maggioranze centriste di destra, perchè negli anni ’50-’70 del secolo scorso era molto evidente la forte territorialità, anche proprio su base regionale, di alcune forze politiche.
Ma, con la legge 281/1970 ed i successivi decreti attuativi, le regioni nacquero ed iniziarono ad operare, sia pure con alcune difficoltà, in un complesso ma armonico rapporto con gli altri enti territoriali. La riforma della sanità del 1978 rappresentò l’apice del regionalismo e l’archetipo di un sistema territorializzato di gestione delle funzioni.
La riforma costituzionale del 2001 con le nobili argomentazioni esposte dalla Cerniglia (“<<federalismo competitivo>> e della crescita <<dal basso>>, affidata alla concorrenza del mercato e tra territori, con uno Stato che si ritraeva dal definire grandi strategie o missioni nazionali“), purtroppo non ha avuto nulla a che vedere.
Non si deve domenticare quel che accadde: nel 1996-98 il governo di centro sinistra dell’epoca cercò una “pacificazione” (in assenza di precedente guerra) col centro-destra, mediante la Bicamerale: un tentativo di revisione della Costituzione (per altro fortemente influenzato da tendenze di verticalizzazione del potere, rinvenienti da teorizzazioni eversive degli anni ’70, poi riemerse anche nelle più recenti e per fortuna naufragate ulteriori iniziative di riforma della Costituzione), volto a ridisegnare rapporti di forza, tramontata Yalta, caduto il Muro, emerse forze politiche al Nord con chiare tendenze separatiste, che destra e sinistra ambivano, tuttavia, a farsi alleate.
La Bicamerale, alcuni dei cui effetti vennero sciaguratamente e maldestramente anticipati dalle leggi Bassanini, solo un po’ meno esiziali per l’ordinamento giuridico della più recente disgrazia nota come “legge Delrio”, naufragò quasi miseramente.
Ma, il centro-destra, nel tentativo di cooptare le forze secessioniste del Nord a legislatura praticamente conclusa, proseguì comunque nell’intento di riforma della Costituzione, modificando il Titolo V con l’intento di dare “riconoscimento” ai diversi rapporti di forza politici maturati al Nord, nel tentativo, rivelatosi poi del tutto vano, di portare dalla propria parte quelle forze politiche.
E non si deve dimenticare che quella riforma fu sostanzialmente un colpo di mano, passata per pochissimi voti di maggioranza e purtroppo confermata dai referendum: i cittadini vennero molto confusi in merito a contenuti ed effetti della riforma, esattamente da analisi come quella proposta da Cedrniglia: una sovrastruttura argomentativa e logica, che nascondeva, invece, una micidiale frammentazione del potere, una sovrapposizione di competenze (che continua a causare continui conflitti di attribuzione e contenziosi tra Stato e regioni) e, soprattutto, una confusione spaventosa nella gestione delle entrate e delle connesse spese, a causa di un sistema mal concepito e congegnato, che rinviava a quel federalismo fiscale impossibile in uno Stato non federale, che pur viene evocato nello sciagurato articolo 119 della Costituzione, come riformato a suo tempo.
Un ordinamento nel quale si estinsero congiuntamente alla riforma “federale” controlli amministrativi e contabili, caratterizzato da un altissimo debito pubblico, non poteva permettersi di creare centri di spesa sostanzialmente incontrollabili in periferia. Infatti, puntalmente la spesa pubblica nei primi anni ‘2000 esplose. Ecco il perchè di continui stop and go nell’attribuzione di poteri impositivi, Imu sì, Imu no, il proliferare di accentramenti dell’Irpef mitigati da mal computate addizionali e leggi sul federalismo fiscale mai attuate ed inattuabili, anche perchè la profondissima crisi mondiale del 2008 interruppe bruscamente i timidissimi tentativi di attuare quel “federalismo fiscale all’amatriciana” del Titolo V, portando al disastro dello spread nel 2011 e alla lunghissima stagione della “spending review”, anch’essa rabberciata”, tra il 2011 e il 2016.
Vedere che si continua ancora a parlare di “federalismo fiscale”, mentre la situazione del bilancio pubblico è persino peggiorata e il regionalismo e l’accentuazione dei poteri degli enti locai in questi 20 anni hanno dato pessima prova, fa letteralmente cadere le braccia.
L.O.
