Dal 1° gennaio 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism entra nella sua fase pienamente operativa, segnando una svolta per migliaia di aziende europee che si approvvigionano fuori dall’Unione, come riportato da La Repubblica.
Il primo passaggio cruciale è fissato al 31 marzo 2026, termine entro il quale sarà obbligatorio ottenere l’autorizzazione come dichiarante Cbam: senza questo requisito, l’importazione di beni ad alta intensità emissiva, come ferro e acciaio, non sarà consentita.
Il nuovo strumento europeo mira a contrastare il fenomeno della rilocalizzazione produttiva verso Paesi con standard ambientali meno stringenti, imponendo un costo sulla CO₂ incorporata nei prodotti extra-Ue. In pratica, gli importatori dovranno acquistare certificati proporzionati alle emissioni generate nella produzione.
Secondo la Commissione europea, il 98% dei volumi attualmente monitorati riguarda l’acciaio, rendendo l’Italia il Paese più esposto. Nel 2024 sono state importate 6,23 milioni di tonnellate di prodotti piani, pari a quasi il 29% del totale europeo.
iSustainability stima che almeno 3.000 imprese italiane saranno coinvolte.
Il costo del meccanismo crescerà gradualmente: nel 2026 inciderà solo per il 2,5%, ma salirà fino al 100% nel 2034. Per un importatore medio, l’esborso annuo può superare i 200 mila euro, riducibili tramite dati emissivi puntuali.
A ciò si aggiungono sanzioni rilevanti e il rischio di blocco delle importazioni. Anche altri settori, come quello dei pannelli in legno, segnalano effetti distorsivi lungo le filiere industriali europee.
06/02/2026
