Comuni e bassa riscossione delle entrate: non è con gli incentivi al personale che si risolve il problema

La riscossione delle entrate è da sempre un gravissimo tallone d’Achille delle amministrazioni locali. L’articolo pubblicato su NT+ del 23.12.2024 “Ma i premi anti-evasione restano leggeri Per l’Imu a 3mila euro l’anno, contro i 15mila raggiungibili per la progettazione” di Pasquale Mirto, propone l’incentivazione, razionalizzata, maggiormente estesa e “ricca”, come soluzione, partendo dall’idea che attualmente…

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La riscossione delle entrate è da sempre un gravissimo tallone d’Achille delle amministrazioni locali.

L’articolo pubblicato su NT+ del 23.12.2024 “Ma i premi anti-evasione restano leggeri

Per l’Imu a 3mila euro l’anno, contro i 15mila raggiungibili per la progettazione

di Pasquale Mirto, propone l’incentivazione, razionalizzata, maggiormente estesa e “ricca”, come soluzione, partendo dall’idea che attualmente essa risulti troppo bassa per poter indurre i dipendenti locali ad una più intensa ed efficace attività nella riscossione.

Tale indicazione, tuttavia, evidenzia l’errore drammatico e di fondo dell’approccio pseudo-aziendalistico ai problemi organizzativi: pensare, cioè, che debolezze istituzionali formidabili siano risolvibili con la buona volontà delle singole persone, che, allo scopo, quindi, vanno incentivate.

Insomma, l’idea è che la carrozza ha una ruota rotta ed è troppo pesante, i cavalli dovrebbero essere 6 ma sono 4 e, però, dando un po’ più di fieno a qualcuno di questi 4, i cavalli debbono essere egualmente capaci di correre a tutta velocità.

Il sistema degli incentivi per la “performance” nella PA e, segnatamente negli enti locali, è da sempre un grande flop.

Intanto, negli enti locali in media il valore lordo annuo dei premi è poco superiore ai 1.200 euro. Certo, vi sono “punte” ben più elevate, che riguardano però pochi enti e sono indirizzate a poche figure. Premi di risultato abbastanza sostanziosi sono riservati quasi solo ai tecnici coinvolti nelle procedure di appalto ed agli avvocati.

Per il resto, gli incentivi sono piuttosto poco incentivanti, compressi nella loro entità e nella loro possibilità di distribuzione da mille questioni.

Il legislatore è, correttamente, preoccupato di garantire che la performance non sia un’elargizione “a pioggia”, ma connaturata alla definizione di obiettivi il cui risultato consista in benefici evidenti per la popolazione amministrata.

Il problema, poi, è tradurre queste parole e questi aggettivi in grandezze misurabili, in termini qualitativi e quantitativi.

Nelle aziende, in generale, la definizione delle condizioni per attribuire incentivi passa per metriche semplici e precise: si fissano obiettivi di produzione e vendita o di fatturato, si stabilisce nel contratto un valore massimo, si distribuiscono gli incentivi in modo pieno se gli obiettivi sono raggiunti pienamente, o ponderato secondo alcuni criteri, nel caso di conseguimenti parziali, tenendo la presenza in servizio (cosa impensabile nella PA) come elemento chiave della diversificazione.

Le pubbliche amministrazioni, però, non competono nel mercato, non producono fatturato, non possono essere realmente misurate come le aziende, perchè, a differenza del mantra dominante, lo Stato non è un’azienda e non può esserlo.

Tra le ragioni per le quali i paroloni sulla gestione in stile aziendale si rivelano solo pie intenzioni (per inciso: è ovviamente doveroso gestire con attenzione ai costi, all’economicità, all’efficienza e alla corretta allocazione dei fattori di produzione, ma lo scopo della PA è prevalentemente redistribuire le entrate mediante servizi, non produrre profitti) vi è la legittima ed inevitabile formazione dell’indirizzo politico.

Decidere se e in che misura gestire correttamente le entrate non è solo una questione di natura tecnica. Gli uffici debbono assicurare la correttezza e l’efficienza del “come” agire.

Ma, se i programmi politici prevedono, per esempio, di considerare come ristrutturazioni e non nuove edificazioni la trasformazione di capannoni di un piano in grattacieli da 25 piani, non si producono le entrate connesse da oneri di urbanizzazione; se il programma estende a dismisura esenzioni dalla tassa per occupazione spazi pubblici, le entrate evidentemente si riducono; se il programma non definisce valori precisi per la riscossione corrente ed arretrata dell’Imu, per non dare l’idea di un comune-gabelliere, ovviamente l’attività dell’ufficio tributi risulta non prioritaria; se, proprio nella logica che la corretta gestione delle entrate, tributarie e patrimoniali, dia l’idea di un’amministrazione che “mette le mani nelle tasche dei cittadini”, gli uffici addetti ai tributi ed alle entrate sono sotto dimensionati sul piano quantitativo e privi delle specifiche professionalità, ma anche degli strumenti informatici e digitali necessari; se alla fine le entrate si risolvono sostanzialmente solo negli incassi più facili, come quelli provenienti dagli autovelox. Se tutto questo è vero, non sono ovviamente piani non sostenuti dagli organi di governo, che evidentemente non credono per nulla nella necessità di garantire introiti tributari e patrimoniali costanti e certi, posti ad “incentivare” uffici disastrati e in difficoltà a poter cambiare le cose.

I fatti dimostrano che per le amministrazioni locali la riscossione non è prioritaria. Non è servito a far cambiare idea nemmeno il d.l. 34/2019, che permette ai comuni di potenziare il proprio personale se nel rapporto tra spesa di personale e media triennale delle entrate correnti al netto del fondo crediti di dubbia esigibilità la grandezza a denominatore si espanda, così aumentando i margini delle facoltà assunzionali.

Organizzazione efficace, dotazioni di personale sufficienti, strumentazione digitale all’avanguardia, programmi politico amministrativi intenti a considerare le entrate tributarie e patrimoniali come un obiettivo primario: queste sono le vere condizioni per cambiare lo stato delle cose.

Pasquale Mirto ricorda che nei comuni in media il tasso di riscossione delle entrate è solo del 75% e il totale di comparto dell’accantonamento a fondo crediti di dubbia esigibilità, cioè di entrate a forte rischio di non confluire mai nelle casse, è pari a 6,2 miliardi di euro. E’ l’indice di un disinteresse strutturale alla riscossione. Rispetto al quale l’incentivazione e la valorizzazione delle singole persone operanti negli uffici preposti può fare davvero poco.

D’altra parte, considerare l’incentivo come lo strumento per, in fondo, far svolgere con efficienza un’attività che dovrebbe considerarsi scontata e necessitata è di per sè una sconfitta.

Non che gli incentivi non debbano essere erogati o connessi anche a piani operativi riferiti ai tributi. Ma, il beneficio da perseguire, in un mondo normale, dovrebbe essere non quello di elevare il tasso di riscossione, posto che esso dovrebbe essere sempre vicino a 100, bensì a rendere più semplici i pagamenti, i controlli, le riscossioni, le possibili rateizzazioni, i contatti con gli uffici, le relazioni, le attività a carico dei privati contribuenti.

L’incentivo sembra la bacchetta magica che da un lato possa risolvere problemi strutturali e dall’altro rendere competitivi trattamenti economici e giuridici.

La PA ha un problema enorme di scarsa “attrattività”, come noto. Tutti concordano con questa diagnosi, nessuno ha chiaro che la cura consisterebbe solo nel rendere attrattivo il lavoro pubblico introducendo un vero welfare, benefit, percorsi di carriera chiari e trasparenti fondati su attività di formazione rigorosa e certificata, reintroduzione della riconoscibilità delle mansioni superiori, abbandono dell’idea che la presenza non possa essere il metodo per differenziare i premi, determinando con chiarezza i profili, le mansioni, quindi i compiti da svolgere e come misurarli e verificarli. Ma, soprattutto, pagando meglio gli operatori. Specie i dipendenti degli enti locali, poichè il comparto Funzioni Locali è quello con i peggiori trattamenti economici in assoluto. E se si vuole attrarre personale qualificato, se si vuole che anche la parte essenziale dell’azione amministrativa rivolta alla riscossione funzioni, occorre poter investire in personale che trovi l’appagamento, certo, anche nei premi, ma in primo luogo in un trattamento economico e giuridico moderno ed avanzato, considerando che il premio dovrebbe essere una variabile incerta e non una balla di fieno in più garantita, ma insufficiente a far correre di più un cavallo zoppo.

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