La recente decisione di mettere “a riserva” le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi riporta alla luce una vicenda che solleva interrogativi profondi sulla gestione della transizione energetica in Italia, come riportato da Il Fatto Quotidiano.
Dopo decenni di impatti ambientali e sanitari sui territori, appare ancora più controverso il trattamento riservato al progetto di eolico offshore a Civitavecchia, nato dal basso per sostituire un previsto impianto a gas con una soluzione integralmente rinnovabile.
Quel percorso, seguito fin dall’inizio da un ampio fronte di cittadini, lavoratori e istituzioni locali, aveva costruito una proposta concreta: un parco eolico marino affiancato da sistemi di accumulo, nuove connessioni di rete e una riconversione complessiva delle aree industriali dismesse verso solare, idrogeno verde e comunità energetiche.
Non si trattava solo di cambiare fonte, ma di ripensare il futuro economico e sociale dell’intero territorio.
Nonostante il consenso diffuso e la solidità tecnica del progetto, oggi prevalgono rinvii e incertezze, con il rischio di congelare occupazione, investimenti e formazione.
La scelta di guardare al passato, rinviando le decisioni sul carbone e rallentando le rinnovabili, appare come il segno di una visione centrale poco incline a valorizzare l’autonomia dei territori. La vicenda di Civitavecchia diventa così emblematica di una sfida nazionale: decidere se la transizione energetica sarà davvero partecipata e orientata al futuro, o se resterà bloccata da logiche obsolete e attendiste.
21/01/2026
