In una recente intervista al Sole24Ore, Silvia Scozzese (assessore al bilancio di Roma capitale, consigliere della Corte dei conti e già direttore di Ifel) tratteggia molto efficacemente le criticità dell’attuale assetto delle relazioni finanziarie fra Stato ed enti locali.
Solo su un punto sembra essersi creata una certa confusione. Secondo Scozzese, “una polarizzazione che esiste in tutto il mondo sviluppato riversa sulle città ogni giorno centinaia di migliaia di pendolari che utilizzano servizi, per esempio l’igiene urbana, pagati solo dai residenti, con un impatto totalmente ignorato dai meccanismi di tassazione e perequazione.”
In realtà, oggi nel nostro paese assistiamo a qualcosa di diverso e ancora più paradossale, ovvero servizi finanziati in gran parte dai non residenti, in quanto il principale tributo comunale non si applica alle abitazioni principali.
Chi vive nelle città contribuisce certamente a sostenere il costo di servizi di cui beneficiano anche coloro che vengono da fuori (pensiamo all’igiene urbana o al servizio idrico), ma la distorsione più evidente è quella simmetrica che porta chi vive fuori a contribuire a finanziare spese di cui non beneficia se non in minima parte.
E questo per una scelta politica ad avviso di chi scrive sciagurata ma finora mai rimessa seriamente in discussione di esentare dal pagamento dell’Imu tutti le “prime case”. In questo modo, il principale bene su cui dovrebbe basarsi il sistema di imposizione locale risulta detassato per tutti, ricchi e poveri, in barba ai più elementari dettami delle teorie sul decentramento fiscale.
Negli anni scorsi, è stato fatto anche in tentativo di introdurre un tassa ad hoc per finanziare i servizi indivisibili (la Tasi), ma il vizio di origine (ovvero la volontà di non applicarla alle abitazioni principali) l’ha resa un inutile doppione dell’Imu, fino alla sua abolizione.
Questa stortura, inoltre, costa alle casse dello Stato circa 3,8 miliardi di compensazioni, che vengono girate ai comuni sulla base del mancato gettito delle prime case, per di più basandosi su dati storici e non attualizzati.
Per rendere il sistema più equilibrato e aumentare le risorse a disposizione dei comuni (come Scozzese giustamente auspica) basterebbero due mosse: 1) reintrodurre l’imposta sulle prime case, lasciando ai comuni la necessaria flessibilità applicativa e imponendo la riforma del catasto; 2) girare i 3,8 miliardi di fondi statali di compensazioni su una perequazione verticale (oggi, altra assurdità, la perequazione fra i comuni è finanziata dagli stessi in orizzontale con una quota dell’Imu), come previsto dall’art. 119 della Costituzione.
