I servizi pubblici resi da privati nel paese di Anarcolandia che insegue il “nuovo” Adam Smith

L’articolo di Carlo Lottieri “Alla PA non servono altri mega-concorsi, ma premi e concorrenza” si riferisce per l’ennesima vola alla questione, invero fondamentale, del rilancio dell’efficienza della PA.

Come si evince dal titolo dell’intervento, si enunciano come innovative soluzioni che vengono perseguite da oltre 30 anni, fin qui senza nessun risultato apprezzabile.

Si parla di “cambio di paradigma”, ma senza aver chiaro quale sia il paradigma e senza prendere atto che dei problemi della PA da troppo tempo si dà una configurazione solo caricaturale e grottesca.

Le idee proposte, quindi? Sostanzialmente 2:

  1. la produzione di funzioni e servizi in concorrenza tra amministrazioni pubbliche e privati;
  2. l’autofinanziamento anche da parte delle amministrazioni pubbliche, con prezzi e tariffe per attività e servizi prodotti.

Ovviamente, tutto ciò presuppone un elemento di fondo: l’arretramento dell’intervento pubblico, da limitare non si capisce bene a quali ambiti (ordine pubblico e difesa?) al quale affiancare, quindi, un taglio formidabile alle tasse.

Gli esempi enunciati dall’Autore? L’università: basta con finanziamenti da Roma. Le università si autofinanzino con le rette degli iscritti: le inefficienze verrebbero preso superate. Oppure, la giustizia: che i tribunali si finanzino con la spesa di quanti si rivolgono a loro.

Potremmo continuare. Vuoi una carta di identità, che per altro sei costretto ad avere? Paghi il suo costo reale, che difficilmente sarebbe inferiore, senza bolli, a circa 60-70 euro, se si vuol ottenere un guadagno sulla spesa: con Iva o senza? Chi lo sa.

Sei malato? Paghi ogni medicina, ogni intervento, ogni visita. Vuoi frequentare la scuola? Paghi la retta che consenta di stipendiare per 15 anni direttori, segretari, personale ATA, insegnanti, manutenzioni, laboratori. C’è da spazzare la strada? Gruppi di cittadini del medesimo quartiere si mettano d’accordo per finanziare chi va a svolgere il servizio, oppure prendano la ramazza e si arrangino loro.

Potremmo continuare ancora a narrare il mondo bellissimo di Anarcolandia, nel quale nessuno paga tasse e pensa di star meglio; non capendo, tuttavia, che le aggregazioni di società verso forme di amministrazione pubblica sorsero nel passato allo scopo di rimediare alle storture di quanto lasciato al solo mercato o alla sola disponibilità individuale di ricchezza. Se si è convinti che non pagando più tasse, con l’aumento di quanto viene in tasca, si sia in grado di sostenere le spese per cure, tutela in giudizio, istruzione, servizi pubblici, gli stessi lavori per costruire strade, manutenere edifici, non ci si rende conto che la cosiddetta “mano invisibile” è una teoria, molto bella, ma che nella realtà non ha mai funzionato.

Da centinaia di anni, modelli di stato, di amministrazione e di economia sono stati proposti proprio per rimediare alla circostanza che la mano invisibile, purtroppo, non è una mano divina capace di fare miracoli. Nonostante i moltissimi interventi pubblici ed aggiustamenti delle regole economiche per scongiurare monopoli ed inefficienze del mercato (presenti come nelle inefficienze del sistema pubblico), le ineguaglianze continuano ad essere un problema immenso. E si tratta di ineguaglianze di accesso proprio a quei servizi e a quelle funzioni essenziali, che consentono di dare contenuto alla parola “cittadino”.

Il modello che ancora in molti propongono, sostanzialmente il ritorno allo stato liberale che si preoccupa solo di difesa e ordine pubblico (nemmeno di moneta, visto che ora c’è la UE), viene fatto passare per moderno e per cambiamento del paradigma.

Ma, come si legge nell’articolo in commento, la modernità poi consisterebbe nel ritorno ai modelli sociali ed economici di Adam Smith e della sua La ricchezza delle nazioni: del 1776. Non era nemmeno ancora scoppiata la rivoluzione francese. E ancora stiamo a parlare di riforme e di modernità, pensando di attuare, oggi, idee di 250 anni prima…

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