Il costante, inutile e controproducente coinvolgimento della “politica” in ogni dettaglio gestionale

Ha ragione Matteo Barbero quando, nell’articolo Accrual e politica, connubio inesistente, a proposito di un presunto intervento della “politica” nell’applicazione della riforma della contabilità afferma che “la partita è eminentemente tecnica, come sempre quando si tratta di dare attuazione a norme cogenti. Eppure, è certo che vedremo decine di deliberazioni, tanto numerose quanto inutili“. Provvedimenti…

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Ha ragione Matteo Barbero quando, nell’articolo Accrual e politica, connubio inesistente, a proposito di un presunto intervento della “politica” nell’applicazione della riforma della contabilità afferma che “la partita è eminentemente tecnica, come sempre quando si tratta di dare attuazione a norme cogenti. Eppure, è certo che vedremo decine di deliberazioni, tanto numerose quanto inutili“.

Provvedimenti adottati da organi privi di competenza, in effetti, prima ancora di illegittimi e talora dannosi, sono inutili. E l’inutilità è sanzione, pensandoci con attenzione, ben più grave della formalità giuridico o contabile.

Una delibera di consiglio o giunta inutile scatena l’utilizzo di risorse, la chiamata in causa appunto di “valori” decisionali non tecnici, ma “politici”, di schieramento e meta-tecnici, propri del linguaggio e della mentalità della politica. Si attivano, quindi, iter con proposte di deliberazioni, pareri, incontri con sindaci ed assessori, presidenti di consiglio, riunioni di commissioni e di capigruppo, inserimento in ordini del giorno, formazione del fascicolo, notifica ai componenti dell’organo di governo, assistenza alla seduta, formazione dei verbali, “caccia alla firma”, pubblicazione e… poi nulla.

Delibere che diano indirizzi su materie rispetto alle quali la “politica” non ha competenze, non sono attuabili: restano lì, belle, nella loro splendida pubblicazione nell’albo pretorio on line, ad arricchire la quantità di pixel negli schermi e di bite dei server vari, senza avere alcuna capacità di incidere sull’ordinamento, su interessi nè generali, nè particolari: perchè, appunto, sono inutili. Ci vorrebbe un Duchamp capace di intuirne la loro eventuale diversa utilizzabilità come opera d’arte, per trarne un impiego concretamente vantaggioso per qualcuno.

Ma, oltre ad essere inutili, simili provvedimenti sono non di rado controproducenti. Da un lato, perchè possono innescare conflittualità tra “politica” e “gestione tecnica” delle quali si farebbe volentieri a meno; dall’altro, perchè la “tecnica” spesso pensa di coinvolgere la “politica” per ottenere da questa “copertura”, non si sa bene da cosa. L’intervento della politica in terreni che non sono di sua competenza, nè solleva, nè attenua le eventuali responsabilità, anche solo tecniche, dei funzionari: semmai, rischia di aumentarle o comunque di sommarle a quella di organi che, invece, non sarebbe stato il caso di coinvolgere.

Quale utile competenza potrebbe esercitare la “politica” per l’introduzione dell’Accrual? Cosa dovrebbe decidere, la “politica”: quale software utilizzare, come comporre la formazione dei destinatari, quali tabelle di conversione attivare, che scritture contabili coinvolgere?

Gli enti locali sono enti politici, ma in modo particolare. Il loro scopo non è tanto “fare politica” cioè trasformare un orientamento politico maggioritario in un indirizzo libero nei fini, capace di essere trasformato in disposizioni generali ed astratte a modifica dell’ordinamento per rispondere a tale indirizzo: questo è compito del Parlamento. Gli enti locali affidano alla scelta democratica di organi, di espressione elettiva e di matrice politica, prevalentemente scelte di indirizzo amministrativo, consistenti nel decidere quale pressione fiscale sia da applicare, quali entrate acquisire, a quali spese destinarle, in base a specifiche priorità e decisioni, alcune delle quali a spiccato orientamento politico, alcune altre di contenuto così tecnico che sarebbero decisa in modo tale e quale anche da una compagine politica diversa.

L’accrual è come un sistema di trasporti a rete: è un insieme di binari e di convogli, più nuovi e diversi da quelli già esistenti. Alla politica dovrebbe solo interessare dare indicazioni di dove il treno deve andare, non se si utilizza questo o quel binario, o quale tipo di vettura, per gestire poi contabilmente le attività.

Ma, condividiamo l’impressione di Matteo Barbero: vedremo fioccare chissà quante “delibere di indirizzo” sull’accrual, tanto dotte, quanto inutili, un po’ figlie o contagiate dalla solita, incurabile “regolamentite”.

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