Il punto – Il caso Terracina conferma: non bastano piani, pubblicazioni e adempimenti per fermare la corruzione

Se occorreva una conferma della sostanziale inefficacia dell’impiano normativo ed organizzativo finalizzato a combattere la corruzione disposto dalla legge 190/2012, la si reperisce nelle vicende del comune di Terracina. Nei giorni scorsi, un’ondata travolgente di arresti ha coinvolto componenti degli organi politici e pare destinata a diffondersi all’apparato, connessa ad episodi di corruzione nelle concessioni…

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Se occorreva una conferma della sostanziale inefficacia dell’impiano normativo ed organizzativo finalizzato a combattere la corruzione disposto dalla legge 190/2012, la si reperisce nelle vicende del comune di Terracina.

Nei giorni scorsi, un’ondata travolgente di arresti ha coinvolto componenti degli organi politici e pare destinata a diffondersi all’apparato, connessa ad episodi di corruzione nelle concessioni balneari.

Il comune di Terracina si era dotato di tutte le alchimie burocratiche pensate dalla legge e dall’Anac per prevenire la corruzione? Ma certo.

Sull’utilità concreta, tuttavia, delle defatiganti attività amministrative e di elaborazione di dati e documenti, c’è molto, tutto, da lasciare a desiderare.

Non che il responsabile della prevenzione della corruzione, e con lui gli organi politici che approvano il piano triennale di prevenzione della corruzione, non fosse a conoscenza del rischio connesso proprio alle concessioni balneari. Accedendo al piano, infatti, si legge quanto segue:

L’apparato comunale era formalmente cosciente di una probabilità media del verificarsi di un “rischio critico” connesso alle concessioni delle aree demaniali.

Un rischio del resto confermato dal portale per la misurazione della corruzione di recente messo a punto dall’Anac, che considera elevato il rischio di “contagio” di eventi corruttivi al quale è soggetto il comune di Terracina (con riferimento a rilevazione di dati del 2019):

Tuttavia, il risultato conseguente alle rilevazioni è totalmente nullo, come i fatti di cronaca evidenziano.

La ragione di ciò è semplice: l’apparato messo in piedi per effetto della legge 190/2012 è un catastrofico Leviatano burocratico, capace, forse, di diagnosticare rischi di corruzione, ma del tutto privo di forza e poteri per intervenire sul rischio stesso, riducendolo.

Infatti, nonostante nel piano triennale del comune di Terracina non manchi l’inviduazione oggettiva di casi di rischio, la relazione del responsabile relativa al 2021 evidenzia, sì, punti critici, ma considera che il livello di attuazione del piano di quell’anno sia nonostante tutto “adeguato”, sebbene già dal 2019 si fossero verificati i fatti che hanno portato al recente terremoto giudiziario:

Accedendo alla sezione Amministrazione Trasparente del comune di Terracina, si nota, comunque, che non è mai stato posto in essere alcun atto di accertamento di violazioni della disicplina anticorruzione:

Nè sono stati adottati provvedimenti dell’Anac:

Conclusione: mentre il comune era impegnatissimo a redigere piani triennali di prevenzione della corruzione, nei quali segnalare anche rischi non proprio astratti relativi alle concessioni balneari, mentre si redigevano relazioni, si facevano analisi di contesto forbite ed esaurienti, mentre si compilavano kit riassuntivi delle iniziative anticorruzione, si pubblicava il tutto sul portale, nessuno si accorgeva che in realtà la corruzione che si sarebbe dovuto prevenire con questo diluvio di adempimenti formali era già in atto.

Ulteriore conclusione: la lotta alla corruzione non si fa a forza di piani e adempimenti formali. Se non si apprestano controlli preventivi esterni di legittimità, se non si elimina l’assurdo che il responsabile della prevenzione della corruzione è soggetto allo spoil system, se non si estendono le misure, attualmente rivolte al solo personale dipendente, anche agli amministratori, l’impianto anticorruzione purtroppo resta solo un pesantissimo mostro bizantino, incapace di ottenere l’unico risultato che dovrebbe conseguire: prevenire la corruzione e non aspettare che i fatti corruttivi siano scoperti dalla magistratura, come fin qui sempre avvenuto, salvo pochissimi casi, nei quali, per altro, giudizi penali tra loro antitetici hanno solo aumentato l’impressione che l’impianto normativo ed organizzativo sia un colabrodo (ci si riferisce al caso di Lodi).

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