Il ragioniere solo in un sistema degli enti locali sempre più preda della disorganizzazione

Matteo Barbero, nel sagace articolo “Chi va le veci del ragioniere capo?” sottolinea i pericoli di inefficienza della riforma dei principi contabili, posta a potenziare il ruolo dei ragionieri, ma senza nessuna regola operativa sull’organizzazione, le funzioni e nessuna regola a garanzia dell’autonomia dell’operato. Tanto che può andar bene anche un non meglio identificabile “chi ne fa le veci”, per firmare carte e documenti tanto ridondanti, quanto responsabilizzanti.

Quella del “va bene tutto”, specie se a basso costo, con presenza in ufficio molto ridotta ed ancor più scarsa capacità di comprendere, guidare e gestire, in modo che gli spazi siano presi da politica e lobby, è una scelta deleteria, portata avanti da troppo tempo.

I comuni irresponsabilmente da decenni hanno disinvestito sull’organizzazione. Hanno desertificato i servizi sociali, si sono abituati a condividere un segretario con altri 5-6 enti e vederlo una volta al mese. Da tempo, hanno anche iniziato ad accontentarsi di ragionieri a scartamento ridotto, affidando le funzioni ora al segretario che non vedono mai, ora a un ragioniere condiviso anch’esso con altri enti o preso a 12 ore col deleterio articolo 1, comma 557, ora addirittura attribuendo letteralmente a un dipendente “testa di legno” il ruolo, di fatto esternalizzandolo totalmente a società di consulenza.

Scelte operative contrastanti con ogni criterio di buon andamento, autonomia e gestione propria dell’organizzazione delle funzioni fondamentali, adottate proprio mentre il Legislatore, che fa finta di non conoscere la realtà o, ancora più grave, non la conosce davvero, rivede il ruolo del ragioniere giungendo ad una conclusione forse inevitabile: la formazione del bilancio di previsione non può essere rimandata sine die, sicchè scarica su questa figura il compito di attivare il processo di formazione anche in assenza di indirizzi amministrativi, coinvolgendo il resto della struttura tecnica, come prevede il recente DM 25.7.2023 di riforma dei principi contabili.

Qualcuno, evidentemente, si sta rendendo conto – dopo decenni – che il bilancio di previsione ha connotati politici solo ed esclusivamente laddove rispecchi indicazioni politiche pesanti ed incidenti sulla gestione.

Insomma, ha risvolti politici un bilancio conseguenza di un programma elettorale che preveda chiare, enumerabili e gestibili idee programmatiche; solo a quel punto il Dup e il Piao assumono un ruolo effettivo di guida alle azioni amministrative, rendendosi l’ossatura del bilancio di previsione, annuale e triennale.

Molto spesso, invece, i programmi sono fumosi e dicono qualcosa di concreto solo in tema di opere pubbliche e grandi manovre urbanistiche, ma per altro con archi temporali inadeguati.

Le amministrazioni locali, una volta insediate, perdono immediatamente il contatto con la funzione di programmazione e controllo e si perdono, invece, nella gestione del quotidiano, in un continuo inseguimento e contrasto con la struttura tecnica, nell’intento di “farsi vedere” per la copertura della buca, per lo sgravio del tributo, per la concessione del contributo, per l’assunzione del consulente, per la singola concessione edilizia, per l’influenza sull’individuazione della ditta da consultare nel caso di affidamenti diretti.

Minuzie, rilevantissimi per inquinare e rendere inefficiente la gestione e dimenticare l’assetto politico della guida, tanto da rendere il bilancio di previsione una “tecnicalità” quasi solo formale. Infatti, è proprio l’Anci a perorare regolarmente la causa di rinvii lunghissimi dei termini di approvazione di bilanci, visti appunto come strumenti per pochi “iniziati”, talmente inutili da poterne fare a meno per mesi; lo stesso vale per il Piao, che al bilancio segue di 30 giorni.

La riforma dei principi contabili prende atto, probabilmente ma certamente inconsapevolmente, di tale situazione e certifica che, a differenza di quanto decantato da consulenti e dottrina che esaltano il “valore pubblico” ed ogni programmazione al punto da aver indotto negli anni il legislatore ad adottare decine di atti programmatici per poi virare sulla mostruosità bizantina del Piao, nella gran parte dei casi bilancio e programmazione sono una questione appunto solo tecnica, se non gestionale.

Da qui, la decisione di affidare al ragioniere, vestendolo anche di una funzione politica indiretta del tutto inopportuna, comunque l’iniziativa per l’approvazione di un bilancio che finisce per essere solo presupposto giuscontabile della gestione, rispettoso di scadenze, allegati, relazioni e tabelle, ma ovviamente privo di qualsiasi contenuto di indirizzo politico.

Gli enti, in tal modo, almeno a fine anno avranno un bilancio: si potrà assumere, si potranno impegnare le spese per appalti e servizi, si potranno fissare le tariffe; ma, non si saprà perchè.

E in questo frangente, il ragioniere solo considerato un punto di snodo: infatti, come evidenzia Matteo Barbero, le funzioni delicatissime previste dalla riforma dei principi contabili le svolge il ragioniere o “chi ne fa le veci”: come se bastasse un quilibet ad investirsi del ruolo di ragioniere e fare e dire qualcosa “di contabile”.

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