Incarichi esterni non motivati: le PA non sanno programmare i fabbisogni e i compiti dei dipendenti

L’articolo 4, comma 1, lettera c), n. 2), del DM 132/2022, il cosiddetto “DM Piao” a proposito del piano triennale dei fabbisogni precisa che esso debba “la programmazione delle cessazioni dal servizio, effettuata sulla base della disciplina vigente, e la stima dell’evoluzione dei fabbisogni di personale in relazione alle scelte in materia di reclutamento, operate…

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L’articolo 4, comma 1, lettera c), n. 2), del DM 132/2022, il cosiddetto “DM Piao” a proposito del piano triennale dei fabbisogni precisa che esso debba “la programmazione delle cessazioni dal servizio, effettuata sulla base della disciplina vigente, e la stima dell’evoluzione dei fabbisogni di personale in relazione alle scelte in materia di reclutamento, operate sulla base della digitalizzazione dei processi, delle esternalizzazioni o internalizzazioni o dismissioni di servizi, attività o funzioni”.

Ciò significa che, sia pure in via indiretta e residuale, gli incarichi esterni di lavoro autonomo vanno programmati e previsti, come modalità di acquisizione di professionalità non presenti nell’ente.

Il Piao appare la sede ideale per individuare una necessità di professionalità elevate, connessa ad un obiettivo gestionale specificato. Ed è sempre in sede di programmazione che si debbono, allora, svolgere le articolate procedure di verifica dell’inesistenza delle professionalità interne, di cui parla la Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per l’Emilia Romagna nella delibera 89/2025.

Infatti, è con la sezione del Piao dedicata alla programmazione che scatta la possibilità di esaminare a fondo l’organigramma dell’ente, sì da intercettare le competenze e il grado di complessità nell’adibizione dei dipendenti alle loro attività, formando una griglia che tenga conto dei possibili spazi disponibili nelle 1720 ore lavorative circa annue lorde per dipendente.

La motivazione volta a specificare l’impossibilità di attribuire ad un dipendente in possesso, teoricamente, delle competenze necessarie ad un certo progetto, perchè non sia attribuito un incarico esterno, deve dare conto non solo del titolo di studio e dell’esperienza, ma appunto della concreta disponibilità oraria o di spazi che possano consentire di considerare l’espletamento dell’incarico come compito specifico coerente con le mansioni ed il profilo e rientrante in spazi di tempo.

Il che richiede anche un’analisi ben effettuata dei ruoli e del peso delle attività che ciascun dipendente deve assicurare alle proprie mansioni ordinarie.

Il problema è che quanto sopra in teoria è scontato e semplice. Nella pratica, però, questo grado di conoscenza delle competenze e della percentuale di copertura delle ore lavorative connessa all’adibizione agli obiettivi gestionali in capo a ciascun dipendente molto raramente è conosciuto o anche solo presuntivamente ricostruito. Le PA, a ben vedere, non sanno esattamente cosa fanno i propri dipendenti e lo dimostrano le complessità relative alle valutazioni, all’individuazione di attività da svolgere in lavoro agile e, appunto, l’incapacità di svolgere una vera ed efficace ricognizione delle competenze e dei margini di azione, per evitare di attribuire incarichi esterni.

La conseguenza? Nella prassi, quando qualcuno – spesso gli amministratori, che non sentono ragioni – decide che vada attribuito un incarico esterno a qualche professionista (altrettanto spesso già “pre-individuato” a disdoro di ogni formale sistema di comparazione, buono solo per coprire accordi già intervenuti), la verifica delle professionalità interne, quando e se svolta, si limita ad una mail, con la quale qualcuno chiede ai dirigenti o responsabili di servizio se per caso nelle proprie strutture lavori qualche dipendente in possesso delle competenze, dando per buono il silenzio-rifiuto.

Un sistema organizzativo ben strutturato dovrebbe consentire d’ufficio e con immediatezza di individuare titoli di studio, competenze ed esperienze dei dipendenti, esattamente come si dovrebbe operare quando si attivano le progressioni verticali, che invece spessissimo si gestiscono come fossero concorsi (con tanto di commissione e prove scritte e orali), sempre perchè gli enti e i dirigenti non conoscono i propri dipendenti, non sanno cosa fanno, non hanno cognizione del loro cursus, non vi sono banche dati o sistemi di raccolta di questi dati, nè di pesatura; meno che mai è del tutto chiaro il carico di lavoro sostenuto dal singolo dipendente.

Quindi, gli incarichi di lavoro autonomo si assegnano letteralmente alla cieca, sulla base della semplice mìmesi di una verifica delle competenze interne.

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