La trappola dello sviluppo e il Pnrr

La relazione sullo stato di attuazione della politica di coesione europea e nazionale, presentata nei giorni scorsi dal ministro Raffaele Fitto, si sofferma a lungo sul fenomeno della “Trappola dello sviluppo”, che descrive la condizione dei territori in cui non si verifica l’attesa riduzione dei divari, ma si rileva al contrario una tendenza all’aumento delle disparità. Il fenomeno interessa soprattutto le regioni del mezzogiorno d’Italia e si riflette sui dati relativi alla capacità di utilizzare le risorse europee e quelle nazionali complementari da parte del nostro Paese. 

Con riferimento al periodo 2014-2020, considerando i fondi strutturali (Fse e Fesr), il relativo cofinanziamento nazionale e il Fondo sviluppo e coesione, alla fine di ottobre 2022 i pagamenti si attestavano al 34%. Su 126,6 miliardi ne sono stati spesi solo 46,1. Al netto degli interventi di emergenza per il Covid, si tratta invece di 36,5 miliardi su 116,2 (31,5%).

In questo scenario si è inserito il Pnrr e non ci voleva un indovino per capire che, non appena si fosse passati da target cartolari (decreti da approvare, riforme da scrivere ecc) a target concreti (quanti metri quadri di area urbana rigenero, quanti posti al nodo garantisco), i numeri non avrebbero potuti essere molto diversi. E infatti a fine 2022 risultava speso meno di un terzo del previsto.

Cosa accadrà ora?

In mancanza di interventi strutturali (che è difficile scorgere nel decreto Pnrr 3, destinato allo stesso successo dei due precedenti) l’unico modo per non perdere la risorse sarà venire a patti con Bruxelles rivedendo le regole del gioco. 

Un po’ come quando, di fronte ai dati fuori linea sulla qualità dell’aria, si rivedono al rialzo i limiti massimi consentiti di polveri sottili.

Sullo sfondo rimane un dubbio esistenziale: ha senso (non ) spendere in questo modo i soldi pubblici?

Autore

Visits: 55

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *