L’Anac, i parerifici e l’esegesi del lavoro altrui

Tenere viva la distinzione tra chi lavora realmente e chi fa esegesi del lavoro altrui, fornendo pareri, consigli, valutazioni e giudizi, non fa bene alla PA. In questi ultimi decenni, mentre il Legislatore ha continuato a caricare tantissimo di adempimenti la cui utilità spesso non è risultata chiara le amministrazioni, contestualmente ha esteso e amplificato…

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Tenere viva la distinzione tra chi lavora realmente e chi fa esegesi del lavoro altrui, fornendo pareri, consigli, valutazioni e giudizi, non fa bene alla PA.

In questi ultimi decenni, mentre il Legislatore ha continuato a caricare tantissimo di adempimenti la cui utilità spesso non è risultata chiara le amministrazioni, contestualmente ha esteso e amplificato i poteri di esegesi.

Si è innescato un meccanismo ormai incontrollato di gride manzoniane di varia natura, che aveva raggiungo l’acme con l’assurda idea della soft law introdotta, in modo totalmente fallimentare, nel vecchio codice dei contrattli.

Tra linee guida, linee di indirizzo, comunicati di consigli o di presidenti, delibere di parerifici che si smentiscono tra loro, circolari esplicative che non esplicitano nulla, risoluzioni, Faq, tweet e tutto il resto, l’esegesi del lavoro altrui diviene sempre più accurata, quanto inidonea ad ottenere scopi di interesse generale. Si fa esegesi, ci si crogiola in definizioni astratte, generiche, imprecise e contrarie all’ordinamento Ue, come i principi del nuovo codice dei contratti, ma non si prendono posizioni: l’esegesi non è utile nè a controlli preventivi, nè ad interventi di ripristino della legittimità, nè è nemmeno di supporto al lavoro svolto. Infatti, l’esito dell’esegesi, troppe volte, è non la creazione di strumenti di aiuto e guida a chi lavoro, bensì la sanzione che la PA rivolge alla PA perchè uno tra i tantissimi adempimenti, totalmente vani ai fini di una più efficace, legittima, trasparente ed utile gestione, non viene rispettato sul piano strettamente formale.

L’ultimo risvolto dell’esegesi è la messa a disposizione, per gli adempimenti formali, di piattaforme digitali, tanto cervellotiche quanto inefficienti.

Domani, Angelo Maria Savazzi spiegherò le assurdità della piattaforma per l’attestazione degli obblighi sulla trasparenza.

Un sistema informatico rivelatore della distanza siderale tra esegesi e lavoro sul campo, pensata da chi appunto fa solo esegesi e non si sporca le mani.

Una piattaforma che non è a servizio di chi lavora, ma realizzata per mettere chi lavora a proprio servizio, pensata senza nessun atteggiamento empatico e collaborativo, impostata con un fare inquisitorio, impositivo, adempimentale.

Lo scopo finale, poi, qual è? Si muovono risorse immani, si utilizza tantissimo tempo, si caricano quantità immense di atti… e la trasparenza ne guadagna? Sicuri che tutto questo sistema non vada rivisto dalle fondamenta?

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