Lavoro pubblico: si preparano blocchi alla contrattazione e alle assunzioni?

Qualcuno avrà notato che nello schema di legge di bilancio non vi è traccia di norme finalizzate a finanziare le spese per il “rinnovo” dei contratti collettivi nazionali dei comparti pubblici. C’è solo un timido accenno all’indennità di vacanza contrattuale. La domanda da porsi è se si tratti di una casualità, oppure, invece, di una…

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Qualcuno avrà notato che nello schema di legge di bilancio non vi è traccia di norme finalizzate a finanziare le spese per il “rinnovo” dei contratti collettivi nazionali dei comparti pubblici. C’è solo un timido accenno all’indennità di vacanza contrattuale.

La domanda da porsi è se si tratti di una casualità, oppure, invece, di una scelta consapevole. Nel primo caso, ci si potrebbe aspettare correzioni in sede di approvazione della legge o magari stanziamenti necessari gli anni prossimi. Nel secondo caso, le aspettative potrebbero rivelarsi ben diverse.

Per provare a dare una risposta a questi quesiti è bene non lasciarsi distrarre da mesi e mesi di una certa propaganda relativa alle “riforme” della PA.

Sentiamo da oltre un anno che l’intento, anche in vista della necessità di attuare presto e bene il Pnrr, è quello di “potenziare” la pubblica amministrazione, assumendo giovani competenti, per introdurre professionalità nuove. Per questo, quindi, si sono riformati i concorsi, così da consentire di tornare ad incrementare gli organici. Nel contempo, si è pensato di introdurre la cosiddetta “area” delle elevate qualifiche, per creare nuovi percorsi di carriera e trattamenti economici maggiormente attraenti per i giovani capaci.

Altrettanto entuasiastici sono i commenti per la tornata di Ccnl che a partire da maggio 2022 sono stati sottoscritti, dipinti come strumento principale per il “rilancio” della PA e l’ottenimento degli obiettivi di potenziamento, visti prima.

Analizzando la situazione con maggiori meditazione e consapevolezza, le cose non sono poi così entusiasmanti.

In quanto ai Ccnl, non dovrebbe, infatti, sfuggire che tanto ardore lo si sta riservando a contratti nati già “morti” o, meno crudamente, scaduti. Infatti, nel 2022 si stanno sottoscrivendo contratti collettivi relativi al triennio 2019-2021. La magnificazione, quindi, del rispetto dell’obiettivo di sottoscriverli “entro l’anno” che si è vista in tanti comunicati e approfondimenti dei media appare assai bizzarra. E’ evidente che ogni Ccnl che si stipula si stipula in una certa data, che fa parte di un anno di calendario: dunque, ogni Ccnl si stipula “entro l’anno”. A parte che l’inquilino di Palazzo Vidoni del 2021 che avviò la contrattazione collettiva per “entro l’anno” intendeva il 2021, appare evidente che sottoscrivere entro l’anno non vorrebbe significare entro “qualsiasi anno”. I Ccnl si rivelano efficaci ed efficienti se intervengano prima che scada il triennio di riferimento. Qualsiasi contratto sottoscritto dopo la scadenza di quello precedente è di per sé in ritardo, qualunque sia stato l’encomiabile sforzo di concluderli.

Sempre analizzando i fatti, si è scoperto che le varie riforme dei concorsi da un lato ancora non si sono potute dipanare pienamente, sicchè gli effetti di velocizzazione e semplificazione sono da dimostrare. Dall’altro, nelle ancora non amplissime “sperimentazioni” i flop o i risultati ben inferiori alle attese sono molteplici, basti pensare al mezzo disastro del “concorsone” per il sud o alle velleità dei concorsi solo informatici anche per bandi da pochissimi posti ed appetibili a meno ancora persone dei comunelli.

Nei fatti, ancora a fine 2022, dunque, la PA resta ancora popolata da dipendenti la cui età media è di 50 anni, la carriera resta saldamente vischiosa (il Ccnl del comparto Funzioni Locali non ha nemmeno introdotto l’area delle elevate qualifiche, ma ha semplicemente cambiato denominazione alle Posizioni Organizzative), il numero ancora calante, poiché siamo ancora in pieno boom delle cessazioni dovute all’enorme quantità di dipendenti assunti a fine anni ’70, inizio anni ’80 del secolo scorso, mentre le nuove assunzioni non tengono il passo delle cessazioni.

Ma, queste constatazioni non sono sufficienti. Per capire se i prossimi anni saranno o meno un ritorno all’era del 2004-2015, fatta di tetti o blocchi alle assunzioni e di “fermo” alla contrattazione collettiva è necessario allargare lo sguardo ai documenti economici e finanziari. E’ il caso, quindi, di osservare cosa dispongono la NaDef 2022 (a sinistra nella tabella) e il Documento programmatico di bilancio 2023 (a destra nella tabella):

Guardando a sinistra, si riscontra che alla voce “Redditi da lavoro dipendente”, che somma la spesa pubblica connessa ai dipendenti pubblici, vi è tra 2021 e 2022 un bel salto di spesa, dovuto proprio al ritardato rinnovo dei contratti. Ma, dal 2022 in poi la spesa assoluta di tale voce continua a scendere.

Se la rapportiamo al Pil nominale tendenziale, vediamo che la spesa per i dipendenti pubblici è progressivamente calante:

20212022202320242025
9,91%9,93%9,45%8,97%8,71%

Guardando la parte destra della tabella, riscontriamo come il Documento programmatico di bilancio 2023, per gli anni 2022 e 2023 rispetti pedissequamente (salvo arrotondamenti un po’ diversi) le indicazioni della Nadef.

Insomma, i documenti di politica economica generale del precedente e dell’attuale Governo prevedono una “calma piatta” per la spesa del personale pubblico almeno fino al 2025, almeno sul piano dei valori assoluti ed una progressiva riduzione nel rapporto rispetto al Pil.

Simmetricamente, se si guarda alla pericolosissima voce della NaDef “Interessi passivi” si nota come in pochi anni aumentino di quasi ben 20 miliardi.

Insomma, la situazione economica è tutt’altro che florida. E se il Pil in valore assoluti si prevede che aumenti, ciò è dovuto al calcolo degli effetti dell’inflazione a due cifre.

Ecco perché accade che la spesa del personale pubblico pur abbassandosi poco negli anni, sprofonda, invece, nel rapporto col Pil.

Insomma, per far quadrare i conti pare proprio che lo Stato non possa affatto permettersi di dare corso alle roboanti dichiarazioni post pandemia di potenziamento della PA, Pnrr o non Pnrr.

Infatti, gli unici modi per garantire una spesa del personale progressivamente in riduzione rispetto al Pil e che non cresca in valori assoluti (con i conseguenti effetti negativi rispetto al potere d’acquisto e, quindi, alla propensione ai consumi) sono:

  1. un blocco della contrattazione; non ci si può permettere un altro “balzo” di spesa come quello tra 2021 e 2022;
  2. un tetto alle assunzioni: non è possibile aumentare di troppo il personale pubblico, perché altrimenti la spesa salirebbe troppo e quindi, occorre comunque contenere le assunzioni entro le corrispondenti cessazioni;
  3. un’azione mista tra le precedenti due.

Si tratta, nella sostanza, esattamente delle politiche messe in atto in particolare a partire dal 2010 con la ben nota manovra disposta col d.l. 78/2010, convertito in legge 122/2010.

Forse, adesso è troppo presto per parlarne e queste considerazioni qui esposte possono apparire vaticini, magari infondati. Staremo a vedere. Intanto, tuttavia, i numeri dei documenti di politica economica anche inviati alla Ue (come Documento programmatico di bilancio 2023) parlano chiaro.

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