PNRR: le Parrocchie obbligate a gare digitali “benedette” dal codice

Sono sempre più numerose le Parrocchie e le Diocesi che stanno beneficiando dei finanziamenti del PNRR per ristrutturare edifici di culto e non solo. Si pone quindi la questione se gli Enti ecclesiastici, che di fatto sono soggetti privati, siano tenuti o meno all’applicazione delle disposizioni del Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. n.36/2023), in particolare per la gestione delle procedure in modalità telematica e per gli obblighi di qualificazione previsti sopra certe soglie. Con l’entrata in vigore della Legge n.222/85 e del Regolamento di esecuzione, D.P.R. 33/1987, è stato fissato il principio secondo cui gli Enti Ecclesiastici, sebbene afferiscano alle confessioni religiose per quanto concerne la loro costituzione, funzionamento ed il regime delle autorizzazioni, agiscono nell’ordinamento giuridico italiano secondo le regole del diritto interno. Sono pertanto enti giuridici privati ai quali l’Ordinamento nazionale riconosce specifiche peculiarità.

Tale precisazione non è affatto superflua alla luce delle considerazioni in merito al regime applicabile agli appalti. Gli obblighi derivanti dal Codice, in assenza di specifiche prescrizioni, si estendono agli Enti ecclesiastici non solo e non tanto per la natura giuridica degli stessi ma, in via assorbente, per la natura del finanziamento alla base della procedura d’appalto.

Già in occasione del Giubileo del 2000 la questione si era posta in maniera rilevante tanto che il Consiglio di Stato con diverse pronunce, le più rilevanti sono le sentenze Cons. Stato, VI, 2681/2000, e Cons. Stato, V, 5894/2000, aveva riconosciuto la sussistenza della giurisdizione amministrativa in relazione ad appalti di lavori indetto da un ente ecclesiastico e finanziato dallo Stato in misura superiore al 50%. In quella circostanza il Consiglio di Stato aveva infatti affermato che l’obbligo di rispetto della normativa in tema di appalti pubblici gravava sull’ente – non in quanto ente ecclesiastico, ma ai sensi dell’art. 2, co. 2, lett. c, della L. 109/94 – quale soggetto privato che realizza opere di interesse pubblico fruendo di finanziamento pubblico per un importo superiore al 50% del totale dei lavori. Orientamento confermato poi a seguito dell’attuazione delle misure del PNRR, tanto che l’art. 15, comma 3-bis, del decreto-legge n. 189 del 2016, come modificato da ultimo dall’art. 11, comma 3, del decreto-legge n. 76 del 2020, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 120 del 2020, aveva stabilito che «i lavori di competenza delle diocesi e degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti di cui al comma 1, lettera e), di importo non superiore alla soglia comunitaria per singolo lavoro, seguono le procedure previste per la ricostruzione privata sia per l’affidamento della progettazione che per l’affidamento dei lavori” (principio conseguentemente ribadito dall’ordinanza n. 105 del 2020).

L’obbligo di applicazione del Codice sussiste allorquando i lavori superino l’importo superiore ad 1 milione di euro e siano sovvenzionati direttamente da soggetti pubblici (Comune, Regione, Stato, Unione europea) in misura superiore al 50%. Con Parere dell’11 gennaio 2022 la stessa ANAC ha confermato tale orientamento affermando che laddove il finanziamento pubblico superi il 50% «le parrocchie che ricevono finanziamenti pubblici per il restauro della chiesa e del sagrato, devono applicare anch’esse il codice degli appalti e la normativa dei lavori pubblici come un qualsiasi ente pubblico».

Assodato quindi il rispetto delle disposizioni del D.Lgs. n.36/2023, per le procedure di importo superiore a 1 milione di euro resta da chiarire se tra queste rientrino anche gli obblighi di qualificazione e/o di ricorso a un soggetto qualificato per la tipologia e il valore dell’importo, come stabilito dall’art.62.

L’obbligo di qualificazione, ai sensi del comma 1 dell’art.62 deroga soltanto per l’acquisizione di forniture e servizi di importo non superiore alle soglie previste per gli affidamenti diretti per l’affidamento di lavori d’importo pari o inferiore a 500.000 euro. Ai sensi del successivo comma 2 «per effettuare le procedure di importo superiore alle soglie indicate dal comma 1, le stazioni appaltanti devono essere qualificate ai sensi dell’articolo 63 e dell’allegato II.4». Va chiarito che l’obbligo di qualificazione è rivolto a tutti i soggetti che operano con finanziamenti pubblici tanto che, ai sensi dell’art.1, comma 1 lett.a) dell’Allegato I.1 al Codice viene definita «“stazione appaltante”, qualsiasi soggetto, pubblico o privato, che affida contratti di appalto di lavori, servizi e forniture e che è comunque tenuto, nella scelta del contraente, al rispetto del codice».

Ecco che allora, tenuto conto che la qualificazione base per i lavori arriva proprio alla soglia di 1 milione di euro, cosa si deve fare oltre questa soglia? Appare evidente che gli enti ecclesiastici, laddove operino con finanziamenti pubblici, siano tenuti non soltanto al rispetto di tutte le disposizioni del Codice applicabili alla tipologia di appalto ma, tra queste, anche all’obbligo di qualificazione o, meglio, a ricorrere nell’espletamento della procedura a un soggetto qualificato. Ne consegue che, a seconda degli importi dei lavori, la Parrocchia o la stessa Diocesi debbano procedere attraverso l’espletamento delle procedure di gara in modalità telematica ovvero facendo ricorso a un soggetto qualificato ai sensi dell’art.62, comma 6 del D.Lgs. n.36/2023.

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