Prolungamento dei mandati dei sindaci: una condanna o un vantaggio? In cerca di coerenza.

Da anni i sindaci alzano alti lai per le eccessive responsabilità, per la paura della firma, per i troppi adempimenti, per la solitudine che caratterizza il loro mandato.

Da anni, li si definisce “eroici” nell’affrontare un impegno talmente arduo e impervio che nessuno vuol più candidarsi.

Però, in questi giorni, si assiste al forcing finale per reintrodurre la possibilità di fare il sindaco a vita nei comuni con meno di 5.000 abitanti e per tre mandati di seguito in quelli più grandi.

Non si capisce davvero dove stia la coerenza. Stante le condizioni così sfavorevoli allo svolgimento del mandato e agli incubi notturni per la paura della firma che perseguita i sindaci ogni volta che prendano la penna in mano (o digitino il pin della firma digitale), si sarebbe portati a pensare che meno mandati si fanno, meno infarti si rischiano e meno duri il sacrificio, più ne guadagni la salute.

In effetti, un mandato da sindaco infinito, visto come si dipinge il ruolo dei primi cittadini, potrebbe apparire, più che un’attestazione di consenso ampio da parte della popolazione, una sorta di condanna perpetua al rischio di persecuzioni, danni, reati, con la Firma, nuova erinni pronta a scarnificare il malcapitato.

Stranamente, invece, al prolungarsi di questi rischi infiniti di gogna, danni e firme varie, salgono al cielo ovazioni (anche favorite, forse, dall’agognata eliminazione dell’abuso d’ufficio?).

Ma, allora, essere sindaci è da eroi? Oppure, tutta la narrazione sul tema è semplicemente, appunto, narrazione, gioco di ruolo, visto che chi ottiene l’elezione poi fa sempre di tutto, e anche di più, per restare ben inchiodato alla poltrona?

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