Quel pasticciaccio brutto delle carte alimentari

Il comma comma 450 della L. 297/2023, ha previsto una misura sostegno dei nuclei familiari particolarmente colpiti dagli effetti dell’inflazione, stanziando un apposito fondo da 500 milioni per l’acquisito di generi di prima necessità per soggetti con Isee inferiore a 15.000 euro.  Con il decreto del ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare e delle foreste,…

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Il comma comma 450 della L. 297/2023, ha previsto una misura sostegno dei nuclei familiari particolarmente colpiti dagli effetti dell’inflazione, stanziando un apposito fondo da 500 milioni per l’acquisito di generi di prima necessità per soggetti con Isee inferiore a 15.000 euro. 

Con il decreto del ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare e delle foreste, adottato di concerto con quello dell’Economia e delle finanze sono state dettate le modalità di distribuzione, che coinvolgono sia l’Inps che i comuni, ai quali è stato assegnato un contingente di carte sulla base della popolazione residente e della differenza tra il reddito medio registrato sul territorio comunale.

Nel dettaglio, l’Inps ha messo a disposizione degli stessi comuni, attraverso un applicativo informatico, l’elenco dei beneficiari del contributo, nei limiti delle carte loro assegnate, individuati tra i nuclei familiari residenti sul proprio territorio, composti da non meno di tre componenti. 

Entro 15 giorni i comuni avrebbero dovuto verificare la posizione anagrafica dei nuclei familiari contenuti negli elenchi e, sulla base del numero di carte loro assegnate, attribuire quelle che eventualmente residuano dopo l’applicazione dei criteri fissati dal decreto scegliendoli tra quelli in effettivo stato di bisogno, sulla base di informazioni in possesso dei locali servizi sociali.

L’Inps renderà poi definitivi gli elenchi e li trasmetterà, in via telematica, a Poste Italiane ai fini della messa a disposizione e quindi del ritiro delle carte (Postepay) nominative.

Un giro abbastanza surreale, nel quale i Comuni vengono trasformati in semplici “postini”, anche perché inizialmente non avevano nessun potere di incidere sugli elenchi dei beneficiari (che pure erano chiamati a “consolidare”), ma solo eventualmente segnalare a chi assegnare le carte eccedenti (ma perché non può farlo direttamente l’Inps?). 

Molti comuni hanno rilevato che quegli elenchi presentavano non poche magagne (nuclei familiari non più presenti o non corrispondenti allo stato di famiglia), ma non potevano in alcun modo intervenire.

Per cui, nella migliore tradizione italica ecco il correttivo in corsa, per ovviare (recita il messaggio Inps 2673) alla “necessità del rilascio di alcune nuove funzionalità per la gestione, verifica econsolidamento delle liste dei beneficiari” da parte dei comuni. In pratica, questi ultimi devono ora correggere i dati Inps, ma possono farlo solo per motivazioni tassative, che non coprono tutte le casistiche. Il tutto sempre entro la stessa scadenza, mentre l’Inps si prende più tempo per distribuire le carte. 

Come sempre, il pesce puzza dalla testa ma a pagarne il fio è la coda.

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Non di rado, l’Inps è citata come amministrazione da prendere ad esempio, per efficienza ed organizzazione.

Nella sostanza ciò non è lontano dalla realtà. Ma, problemi rilevanti l’Inps ne pone, eccome. Qualsiasi cittadino, come anche qualsiasi amministrazione, sta quanto difficile sia un contatto materiale, anche solo telematico. Le banche dati dell’Istituto sono blindatissime e comunicano poco e nulla con le altre banche dati della PA: i sistemi sociali, anagrafici e del lavoro risentono molto negativamente dell’assenza di un interscambio che sarebbe necessario. Non di rado, poi, l’Inps adotta provvedimenti propri, che però finiscono per avere ricadute operative nei confronti di altri enti. Oltre tutto, l’Istituto ha un particolare contatto col Parlamento, tale da poterne orientare in maniera rilevante le scelte e, dunque, indurre il Legislatore verso scelte discutibili, come quelle compiute con la carta alimentare, sistema nel quale l’Inps si presenta come un superiore gerarchico che si avvale dei comuni come postini e passacarte e correttori delle banche dati.

Le carte alimentari avrebbero potuto essere un’evoluzione dei buoni spesa conosciuti durante la pandemia, che i comuni, nonostante il caos di quei giorni e l’inziale disorientamento, impararono a gestire in modo autonomo ed egregio. Erano gli stessi mesi nei quali l’Inps non riusciva a far pervenire gli aiuti a cittadini e imprese. I comuni, ora, con la carta alimentare sono stati messi “a servizio dell’Inps”: qualcosa non funziona.

LO

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