Quella PA rimasta in mutande

Il caso dei “furbetti del cartellino” del comune di Sanremo solo una bolla mediatica? La piena riabilitazione dell’agente di polizia municipale ripreso dalle videocamere a timbrare in déshabillé ha un rilievo notevole sul piano umano, ma molto diverso su quello generale.

I termini complessivi della questione non si modificano più di tanto: la responsabilità penale è personale e va valutata per ciascun distinto e specifico caso; la responsabilità disciplinare viaggia su un piano totalmente diverso, così come nulla a che vedere con la fattispecie penale hanno prassi (dis)organizzative che favoriscono, consapevolmente o meno, comportamenti scorretti.

Agganciare ogni fatto della vita alla fattispecie penale non ha senso, specie quando si parla di organizzazione complessiva di amministrazioni pubbliche, i cui enti hanno il compito di gestire denari provenienti dalle tasse di ciascun cittadino, per erogare servizi.

E’ un fatto che presso il comune di Sanremo decine e decine di dipendenti entrassero ed uscissero senza efficaci sistemi di autorizzazione e controllo. Dalle quantità quasi industriali di carte e indagini è emersa una prassi ai limiti dell’assurdo: i dipendenti dovevano informare verbalmente il dirigente dell’uscita e solo poi annotarlo in un registro cartaceo; non si “marcavano” con la strisciatura del badge le uscite di servizio.

La questione non riguarda certo il solo comune di Sanremo, ma molte amministrazioni nelle quali la gestione dell’attività lavorativa dei singoli dipendenti risulta spesso caratterizzata da carenze evidenti. Basti pensare alla diffusissima abitudine dell’accumulo individuale delle ferie, o a personalizzazioni degli orari di lavoro anche favorite da letture della “flessibilità oraria” al di fuori di ogni logica organizzativa finalizzata al servizio dei cittadini, che spesso si ritrovano a non riuscire a capire quando materialmente potersi relazionare con gli uffici.

La riduzione del tutto alla sola fattispecie penale porta necessariamente ad esiti incongrui. Timbrare svestiti di per sè è reato? No. Specie se poi le indagini dimostrano che nella realtà chi ha timbrato in mutande era in effetti risultato in regola con gli orari. Certo, se si mette l’apparecchio di timbratura all’interno dell’abitazione, può anche darsi che si vada a timbrare senza la divisa o l’abito perfettamente a posto, anche perchè non si immagina la presenza dell’occhio del Grande Fratello.

Ma, a rimanere in mutande è soprattutto la spettacolarizzazione dell’inefficienza della PA. Lo ribadiamo: non c’è dubbio che ancora presso molte amministrazioni, specie locali, vi sono parecchie leggerezze nell’amministrare il personale.

Tuttavia, la vicenda di Sanremo è figlia di quella propaganda avviata con ferocia anni prima contro i dipendenti pubblici tutti “fannulloni”, contrapposti in modo molto manicheo al “popolo delle partite Iva”, necessariamente “produttivo” in contrapposizione ai dipendenti pubblici “che non pagano le tasse ma sono pagati dalle tasse”.

I media hanno vinto a Sanremo il loro festival ed il loro gioco d’azzardo, alimentando ulteriormente quella propaganda, scavando ovviamente sul piano più torbido, quello della commissione dei reati. Sebbene su diverse centinaia di dipendenti coinvolti, le azioni penali avessero riguardato 34 di loro (solo la metà, poi, ha effettivamente subito condanne).

Pochissimo rilievo è stato dato al paradosso delle procedure di attivazione e conduzione dei procedimenti disciplinari, caratterizzate da lacune e frettolosità, tali da mettere il datore pubblico in difficoltà estrema per giungere al vero risultato, in un caso simile. Che non è quello di giungere alla sentenza del giudice penale, quanto, invece, adottare le necessarie sanzioni disciplinari su basi corrette e a fronte di istruttorie e documenti precisi e coerenti, in modo da superare il vaglio del giudice del lavoro.

A ben vedere, nonostante la propaganda dei media sui “furbetti del cartellino”, la vicenda di Sanremo ha solo confermato che la normativa frappone una quantità tale di ostacoli ed insidie enormi ad una reazione del datore pubblico ad un sistema di organizzazione del lavoro e di interpretazione dell’attività lavorativa non corretti.

E questo, la presenza di una normativa convulsa, contraddittoria, lacunosa, piena di adempimenti formali, di prigionie procedurali, di vincoli, tali da rendere complicatissima ogni decisione ed esporla al contempo a valutazioni totalmente diverse ed opposte di tre diverse giurisdizioni (civile, erariale e penale) è un problema immenso, che attanaglia l’intera azione amministrativa.

E’ da anni che si pensa di risolvere questi problemi con veri e propri pannicelli caldi: l’oggettiva carenza di dipendenti (dovuta alla precisa scelta di anni di consentire un turn over inferiore alle uscite) si pensa di rimediarla con gli straordinari o con i premi alla produttività; la trasparenza e l’anticorruzione sono lasciati ad elementi formali, come piani triennali tanto simbolici, quanto inefficaci, quanto impegnativi ed ancor più impegnativi sforzi di continue imputazioni di dati nell’espletare centinaia di adempimenti utili solo a produrre sanzioni per gli enti, ma nessun intervento contro i corrotti; gli appalti passano da un codice all’altro che dovrebbe sempre “semplificare”, sortendo regolarmente l’esito opposto; la gestione dei rapporti col Fisco ancora preda di una disciplina confusionaria e caotica. E si potrebbe continuare.

Il sistema è talmente complesso ed involuto ed inefficace, tanto da non permettere nemmeno una ponderata reazione contro comportamenti criticabili dei componenti della PA e da consentire comunque di sbattere sempre e comunque il “mostro fannullone” in prima pagina, che a restare in mutande pare proprio siano la PA nel suo complesso, l’ordinamento ed il sistema.

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