Che il tanto decantato Piao non sia, purtroppo, nella realtà quell’elemento di semplificazione dell’attività pianificatoria lo avevano capito in molti.
Lo aveva anche compreso, e messo crudamente per iscritto, il Consiglio di stato nei suoi pareri (incredibilmente, comunque, favorevoli) agli schemi di decreti attuativi (Sezione Consultiva per gli Atti Normativi, 505/2022 e 902/2022).
In effetti, sa poco di semplificazione un intervento di presunta riduzione degli adempimenti programmatici che passa:
- per una norma di legge che introduce il Piao;
- per un decreto del Presidente della Repubblica attuativo;
- per un decreto ministeriale attuativo dell’attuativo;
- per un allegato al decreto ministeriale, attuativo, dell’attuativo dell’attuativo.
A guardare dai primi, per altro ben pochi, Piao caricati (in assenza, in questa fase, anche di indicazioni su formati e di porte di dominio per lo scambio dati, cosa del resto impossibile poichè manca un set predefinito della composizione dei dati delle varie sezioni e sottosezioni), moltissimi altro non sono se non il temuto assemblaggio in un unico mega piano di centinaia di pagine dei programmi (in linea teorica) riassorbiti; pochi, invece, documenti scarni configurabili come una striminzita ossatura delle informazioni basiche delle sezioni.
A ben vedere, non si capisce su quali basi molti osservatori insistono nel ritenere che il Piao possa essere strumento di rilancio della PA. Basta mettere accanto alla constatazione che esso Piao consente una pianificazione integrata l’ulteriore aggettivo “strategica”, per attribuire per magia ai contenuti del Piao, da tempo presenti (infatti, si tratta di riassorbire programmazioni già esistenti), perchè essi divengano taumaturgici e tali da consentire alla PA di attuare il Pnrr con velocità, piena efficienza e infallibile efficacia.
Presi dalla convinzione che il Piao sia dotato di questi poteri esoterici, si è tratta la conclusione che sia il caso di attivarne persino un monitoraggio, sebbene nel mondo della PA oltre 8.000 enti, quelli locali, debbano adottarlo entro il 29 dicembre del 2022, quando, cioè, il Piao, in quanto documento di programmazione, risulta del tutto inutile (ma anche adottare a giugno simile documento risulta oggettivamente privo di concrete ricadute).
Dunque, nel pieno rispetto del principio secondo il quale in presenza di effettive esigenze si istituiscono osservatori, o autorità, oppure magari commissioni tecniche, tali soggetti debbono evidenziare al propria presenza. Ed attivano una normazione vera e propria di secondo grado, spesso non sorretta da nessuna norma che la regoli o consenta, irta di comunicazioni, griglie, compilazioni di dati.
Il monitoraggio cui adesso le PA sono “chiamate” da Palazzo Vidoni è esattamente frutto dell’ipertrofia organizzativa, discendente dalla creazione di organismi portati a lasciare il segno acquisendo dati.
E, quindi, per l’ennesima volta si assiste ad un complesso ordinamentale intento non ad interessarsi del funzionamento della macchina e dei risultati da ottenere, occupandosi dei metodi e delle risorse, bensì del mero adempimento burocratico, spesso composto da dati da inserire che poi finiscono per consentire la produzione dello studio o della relazione, che sboccherà in pubblicazioni, convegni, articoli dei media e giornate di studio.
Il tutto, mentre ricadute sul funzionamento delle PA non se ne intravedono, se non appunto quella dell’introduzione dell’ennesimo adempimento della più becera burocrazia.
